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L'ONESTA' DEL DOGE ANTONIO VENIERO. Di Riccardo Pasqualin.

Antonio Venier (o Veniero) divenne Doge della Repubblica di Venezia il 21 ottobre 1382; era un esperto uomo di mare, figlio di una famiglia di nobiltà «recente», e precedentemente non aveva ricoperto cariche di primaria importanza nel governo della Repubblica. Il patrizio si era distinto nella guerra contro Genova e, al momento della sua elezione, era capitano di Candia, tuttavia il destino ha voluto che il suo dogado, più che per gli avvenimenti politici, abbia acquistato celebrità presso i posteri soprattutto per via di un fatto emblematico.

“Antoniazzo” – così veniva soprannominato dai suoi familiari – fu amatissimo dal popolo, si dimostrò sempre pronto ad aiutare la plebe nei momenti di maggior bisogno e il suo rispetto per la giustizia è passato alla storia.

L’ossequio di questo Doge alle leggi dello stato è esemplificato dal comportamento che egli tenne nei confronti di suo figlio Alvise (o Luigi)[1]. Nel 1388, infatti, il giovane nobile ebbe una relazione scandalosa con la moglie del patrizio Giovanni Dalle Boccole, ma, non pago della conquista amorosa, a seguito di un litigio con la sua amante, pensò di organizzare uno scherzo ingiurioso ai danni della donna e dei suoi familiari. Una notte, il figlio del Doge, insieme all’amico Marco Loredan, appese due grandi mazzi di corna alla porta della dimora del marito tradito: un’azione infamante, che fu accompagnata anche da scritte volgari e offensive nei confronti della famiglia che abitava il palazzo. I giudici veneti non si scomposero davanti all’obbligo di condannare un uomo tanto in vista e lo scapestrato Alvise si meritò un’ammenda di 100 lire, dieci anni di bando e due mesi di reclusione nei famosi Pozzi. Sicuramente in quelle carceri inospitali le condizioni di vita non devono essere state facili per un aristocratico abituato a tutte le comodità che poteva offrire la ricca città lagunare e il condannato, a causa di una delle epidemie che ciclicamente investivano le prigioni, finì per ammalarsi.

A quel punto sembra che i parenti, gli amici e persino i magistrati giudicanti abbiano tentato in tutti i modi di convincere il Doge a liberare suo figlio (almeno fino a quando non fosse guarito), ma quel padre onesto, devoto alla legge e amareggiato dalla condotta immorale tenuta dal prosecutore della sua stirpe, non indietreggiò di un solo passo e non volle contestare le scelte del tribunale. Questa decisione, così forte e irremovibile, portò Alvise a morire lentamente nell’umidità della sua cella, ma costituì un esempio di giustizia e di incorruttibilità che avrebbe dovuto fungere da monito eterno per i giovani patrizi, affinché adottassero una condotta irreprensibile. Il messaggio era chiaro: ai nobili non era concessa nessuna “immunità speciale”[2].

Non sarà necessario ricordare che la Repubblica di Venezia si costruì un mito autocelebrativo, ma è altrettanto vero che quando un mito “funziona” esso diviene una regola di comportamento per tutti coloro che vi si riconoscono, un esempio da seguire. Nello Stato Veneto il potere era retto da un ristretto numero di aristocratici che si faceva carico di pesanti responsabilità, ma questi uomini, nelle epoche di massimo splendore per la città di San Marco, seppero dimostrarsi fedeli alla loro missione e degni del ruolo che ricoprivano: diedero prova di essere politici esperti e paterni.

Riflettendo sul caso del Venier, si può solo immaginare quanto sia stato difficile e doloroso per un padre prendere una simile decisione, eppure la sua intransigenza ha garantito a questo governante la stima dei suoi sudditi, la fama di giusto e un ricordo onorato presso i suoi successori; il 62° Doge scomparve il 23 novembre 1400 e venne sepolto con funerali solenni nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo[3].

È innegabile che la nobiltà veneziana, al pari dell’aristocrazia di ogni parte del mondo, sia anche stata afflitta da vizi e debolezze gravi, tuttavia un «certo furore demolitorio andrebbe un pochino sfumato»[4] riconosce lo storico Giuseppe Gullino, «[nel patriziato veneto] Gli esempi di virtù non solo politica, non solo collettiva, a cercarli non mancano e il Dizionario Biografico degli Italiani può fornircene parecchi, basta sfogliarlo»[5] aggiunge lo studioso. A Venezia, nei secoli della sua grandezza, è esistito un senso della politica (se non si vuol dire propriamente dello stato), che è diventato un valore e una tradizione specifica a cui fare riferimento: la saggezza dei padri[6] rappresentava il modello che veniva invocato prima di discutere qualunque provvedimento finalizzato alla difesa del bene comune.

Riccardo Pasqualin

[1]    Cfr. Serie dei Dogi di Venezia intagliati in rame da Antonio Nani giuntevi alcune notizie biografiche estese da diversi, Merlo, Venezia 1840, Vol.1.

[2]    CLAUDIO RENDINA, I Dogi, Newton & Compton, Ariccia (Roma) 2002, pp. 218-222; si può rimandare anche a un classico: ANDREA DA MOSTO, I Dogi di Venezia, Giunti, Milano-Firenze 2003, pp. 144-151.

[3]    Cfr. SILVIA D’AMBROSIO, Monumento funebre del Doge Antonio Venier, in La Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, a cura di Giuseppe Pavanello, Marcianum Press, Fondazione Giorgio Cini, Venezia 2013, pp. 110-114; MARCELLO BRUSEGAN, Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, in I monumenti di Venezia, Newton & Compton, Ariccia (Roma) 2007, Vol.1, pp. 222-234.

[4]    G.GULLINO, Venezia Un patriziato per cinque secoli, Cierre Edizioni, Verona 2015, p. 15.

[5]    Ivi, p. 16.

[6]    Cfr. ivi, pp. 18-19.

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