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"'NDRANGHETA, AZIENDA DEL CRIMINE ORGANIZZATO". Intervista ad Antonio Nicaso, a cura di Gennaro Grimolizzi

Antonio Nicaso è autore con il Procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, del libro “Storia segreta della ‘ndrangheta” (Mondadori) in cima alla classifica dei saggi più venduti dell’ultimo mese. In questa intervista a Domus Europa analizza nel dettaglio uno dei fenomeni del malaffare più pericolosi degli ultimi trent’anni. La ‘ndrangheta è diventata l’organizzazione criminale più potente e ricca. Una multinazionale dell’illegalità presente in tutto il mondo con addentellati nella politica, nelle istituzioni e nel mondo della finanza.

Dottor Nicaso, la parola ‘ndrangheta è una delle più conosciute al mondo ormai. Si riferisce anche ad una delle “aziende criminali” con il fatturo maggiore. Come si contrasta?

Si contrasta con misure personali e patrimoniali. Bisogna impoverire i mafiosi. È l’unica strategia che sembra avere una certa efficacia. I mafiosi mettono in conto l’ipotesi di trascorrere alcuni anni dietro le sbarre, ma la cosa che cercano di evitare è perdere quanto hanno accumulato illegalmente. Sequestro e confisca sono gli strumenti primari ed è importante aumentare il livello di collaborazione tra gli Stati. È sotto gli occhi di tutti che le mafie si sono globalizzate mentre l’azione di contrasto ancora no. Questo è un grande limite della lotta internazionale alle mafie.

La ‘ndrangheta è un’organizzazione criminale presente pure nelle istituzioni ed è in grado di maneggiare sofisticati strumenti finanziari. L’attuale legislazione va perfezionata?

La ‘ndrangheta ha saputo coniugare vecchio e nuovo, tradizione e innovazione. È legata a riti antichi che creano un senso forte di appartenenza e identità. Allo stesso tempo è riuscita a radicarsi dappertutto. In una delle ultime operazioni della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, realizzata con le polizie di altri Paesi, sono emerse nuove frontiere criminali, come l’intenzione di acquistare droga con i bitcoin. La legislazione italiana è perfettibile. Abbiamo una legislazione unica in grado di colpire il vincolo associativo. Il problema maggiore riguarda la velocità con cui la ‘ndrangheta sposta i propri patrimoni all’estero e ricerca certi paradisi fiscali, porto sicuro per le ricchezze accumulate. Come dicevo prima, gli sforzi devono essere rivolti a livello internazionale.

Come è cambiata negli ultimi trent’anni la ‘ndrangheta?

Come la mafia siciliana, la ‘ndrangheta che è cambiata di meno. Spesso, erroneamente, pensiamo ad una organizzazione che ha avuto un passato rivoluzionario, stando dalla parte dei più deboli. Non è stato così. La ‘ndrangheta e la mafia sono fenomeni di classi dirigenti. La prima, inizialmente, era il braccio armato del potere. Non è mai stata dalla parte dei poveri contro i ricchi. È cambiata poco con il passare del tempo. Ha avuto sempre rapporti con il mondo delle istituzioni, con i potentati locali. Troviamo rapporti di collaborazione mercenaria con i maggiorenti e rappresentanti del potentato fondiario già nella seconda metà dell’Ottocento. Nel 1869 per l’esattezza. La ‘ndrangheta si è evoluta e si è adeguata alle nuove situazioni e alla evoluzione dei reati. Ha però conservato la sua grande capacità relazionale e a creare collusioni e connivenze. Giovanni Falcone diceva che per sconfiggere le mafie bisogna ridurle a fenomeno criminale. La mafia e la ‘ndrangheta non sono mai state solo fenomeni criminali, ma sono state e sono fenomeni politici ed economici in grado di intrattenere relazioni con il potere politico ed il potere economico.

In quali parti del mondo la ‘ndrangheta è più radicata e di quali appoggi beneficia?

La ‘ndrangheta è l’organizzazione che si è snaturata di meno. La mafia negli Stati Uniti è diventata un meltin pot criminale. Cosa nostra ha avuto boss come Vito Genovese, campano, Frank Costello, calabrese, tanti siciliani, come Lucchese e Bonanno. Ha messo da parte la discriminazione geografica per competere con le bande criminali irlandesi ed ebree. La ‘ndrangheta, invece, è stata sempre la stessa organizzazione. Non si è snaturata. È riuscita a radicarsi ovunque, proponendo sempre lo stesso modello. La troviamo forte in Nord America tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. In Australia a metà degli anni Venti del secolo scorso. Nel secondo dopoguerra ha messo radici in Germania. Qui ha clonato tutti i gruppi presenti in Calabria. Poi si è allargata all’Olanda, al Belgio, alla Francia, alla Spagna, alla Gran Bretagna, Europa dell’Est, addirittura in Africa. Oggi possiamo dire che la ‘ndrangheta è molto forte e non ha rivali in Canada, in Germania, in Australia e negli Stati Uniti.

Il crescente disagio economico del Sud Italia è una situazione favorevole per il rafforzamento delle mafie?

La forza dei centri di potere delle organizzazioni criminali è proporzionata alla debolezza dei territori. Le mafie investono poco nei territori di origine e quando lo fanno tengono conto dello stato di necessità delle popolazioni locali. In questo modo continuano ad avere un controllo sociale regolato da rapporti di scambio e clientelismo. La ‘ndrangheta va a soddisfare piccoli bisogni non perché ha a cuore le sorti delle popolazioni ma perché ogni favore deve poi essere ricambiato, soprattutto durante le tornate elettorali. La ‘ndrangheta non aggiunge nulla sul territorio. Anzi, lo impoverisce.

Da un suo fortunato libro, Bad blood, è nata una fortunata serie televisiva in onda sul canale Netflix…

Sì, la serie tv, in onda contemporaneamente in tutto il mondo in questi giorni, serve ad eliminare molti luoghi comuni. I mafiosi sono dei meschini e parassiti. Vengono raccontati per quello che sono, senza tratti romantici come accaduto in passato nella finzione cinematografica. Penso, per esempio, al Padrino. I mafiosi sono il peggio di quanto ci possa essere, altro che uomini d’onore.

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