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POTERI FINANZIARI ED OPACHI. Di Gennaro Grimolizzi.

Intervista a Davide Vecchi,

autore del libro “Il caso David Rossi” dedicato alla strana morte del manager di Mps.

Un giallo italiano, destinato – forse – a rimanere tale, dove si intrecciano potere finanziario ed affari che lambiscono anche la politica. «Il caso David Rossi» (Chiarelettere) dell’inviato del Fatto Quotidiano Davide Vecchi riaccende i riflettori sulla morte di uno dei manager più potenti del Monte dei Paschi di Siena. David Rossi morì il 6 marzo 2013. Cadde dal suo ufficio situato nella sede centrale dell’istituto di credito, in pieno centro storico a Siena. Sin dal primo momento la procura senese parlò di suicidio, ma troppe anomalie hanno sollevato sospetti sulla fine del capo della comunicazione di Mps, uno dei più stretti collaboratori di Giuseppe Mussari. Nel suo libro Davide Vecchi entra nella scena del delitto attraverso documenti inediti e mette in fila fatti, perizie, lacune, testimonianze decisive. Il lettore si troverà di fronte ad un racconto attento e appassionato, minuzioso e pieno di suspense. Pagine che si leggono tutte d’un fiato e che portano ad un passo dalla verità.

Nelle imperfezioni del “suicidio” di David Rossi si potrà trovare la verità?

«Mi auguro che ci si possa arrivare, ma lo ritengo altamente improbabile perché le indagini che dovevano essere fatte nell’immediatezza della morte del manager Mps non si sono verificate. Quindi, dopo ormai oltre quattro anni, è impossibile trovare tracce, reperti, ricostruire tabulati o avere i video delle dodici telecamere. È sostanzialmente impossibile approfondire quanto accaduto».

Il caso David Rossi fa emergere tante anomalie nelle indagini. È stata una superficialità voluta?

«Non so dire se gli inquirenti abbiamo agito con superficialità, per colpa, per dolo, per inesperienza. Ci sono degli organi preposti dello Stato per fare questo, come la Prima commissione del Csm, che potrebbe approfondire come sono state svolte le indagini. Sicuramente è un peccato, perché se avessero fatto bene ogni tipo di attività investigativa oggi non staremmo a parlare di quello che è destinato a rimanere uno dei tanti gialli italiani».

L’Italia continua ad essere il Paese dei misteri. Roberto Calvi, Raul Gardini e anche David Rossi…

«Tutti casi, quelli che hai citato, legati a vicende bancarie. Tutti casi molto strani e particolari. Calvi venne trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati neri, a Londra. Secondo la ricostruzione, si era arrampicato la sera della morte da sotto il ponte, nonostante l’alta marea del Tamigi, su un’impalcatura. Calvi si sarebbe legato una corda al collo, però è stato ritrovato con i vestiti asciutti, così come le scarpe. In più sul suo corpo vennero trovati dei mattoni infilati sotto la cintura. Il suicidio di Raul Gardini è anch’esso emblematico. Si sarebbe sparato un colpo di pistola per poi lanciare, dopo morto, a metri di distanza, la stessa pistola».

Il tuo libro è un esempio di giornalismo investigativo. Questo tipo di giornalismo non è molto in voga in Italia?

«Cerco solo di fare il mio lavoro. Ho semplicemente preso gli atti dell’indagine e ho lavorato su quelli. La cosa che mi ha colpito di più nella seconda richiesta di archiviazione per il suicidio di David Rossi riguarda il procuratore capo di Siena, Salvatore Vitello. Egli ritiene che si sia trattato di suicidio perché l’ipotesi più probabile. Non si parla di certezze e di riscontri. Ho preso le stesse identiche carte che aveva in mano il procuratore Vitello. Le ho lette tutte e, attenendomi al suo metro di giudizio, sono arrivato alla conclusione che, secondo me, ma anche secondo i periti, David Rossi prima di morire sarebbe stato picchiato. Sono stati rinvenuti segni sul suo corpo compatibili con una colluttazione precedente alla morte. Parlare di suicidio, quindi, significa avvalorare la tesi che Rossi prima si sarebbe picchiato da solo sul volto, sullo stomaco, facendosi ematomi sotto l’inguine, le braccia e i polsi, e poi si sarebbe ucciso. Secondo me, sono altamente probabili altre ipotesi. La prima: il presunto omicidio, come sostengono da sempre i familiari di David Rossi, attraverso i loro avvocati e periti. La seconda ipotesi è l’istigazione al suicidio. Ci sono tanti elementi emersi dalle indagini per i quali non è stato dato conto».

Il Monte dei Paschi di Siena è un potere forte che inizia a scricchiolare?

«Il Monte dei Paschi di Siena è stata la mucca alla quale tutti si sono aggrappati per mungere quanto più latte a proprio piacimento per almeno gli ultimi quindici anni. La Fondazione Mps, che era la vera cassaforte, in quanto socio di maggioranza della banca, distribuiva centinaia di milioni di euro ogni anno a chiunque. Dalla fondazione di Brunetta, situata in Veneto, al circolo tennis di Orbetello di cui era socio tesserato Giuliano Amato. Comuni e province hanno beneficiato di elargizioni. Quando poi c’è stato il tracollo finanziario di Mps, la prima a morire da un punto di vista economico è stata l’intera città di Siena. Va ricordato che sono fallite la squadra di calcio, che ha giocato in serie A, la squadra di pallacanestro che negli anni passati è stata una delle più forti al mondo, vincendo scudetti e ingaggiando i migliori giocatori con stipendi stellari. Il Comune è stato commissariato e l’università di Siena non ha più potuto rinnovare i contratti dei suoi ricercatori perché sono venuti meno i fondi della banca. Mps è stato un potere enorme cha ha fatto favori e ha finanziato chiunque. È plausibile quindi che si cerchi di parlare poco e di non portare a galla la verità nella sua interezza e concretezza».

In Italia abbiamo assistito, soprattutto negli ultimi decenni, ad una grande influenza del potere della finanza e ad una interdipendenza tra politica e mondo bancario. Cosa ne pensi?

«Non solo Mps, come detto poco fa. Abbiamo assistito anche alle questioni legate a Banca Etruria e ad Ubi. La finanza è andata a braccetto con la politica o meglio si è lasciata guidare e si è svenduta alla politica. La nomina di Mussari, che fu prima ai vertici di Mps e poi divenne presidente dell’Abi è emblematica. Mussari ammise che era solo un avvocato e che di banche non capiva nulla. Un’affermazione piuttosto sconcertante. La politica italiana ha allungato le proprie mani, il proprio potere, il proprio controllo sui sistemi creditizi. Da poco si è insediata la Commissione di inchiesta parlamentare bicamerale sulle crisi bancarie. Le aspettative sulla chiarezza che può portare sono, a mio avviso, minime perché in questa commissione siede anche Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd ma soprattutto socio di uno studio, a Firenze, con Emanuele Boschi, fratello del ministro Maria Elena, e figlio dell’ex vicepresidente di Banca Etruria, indagato per bancarotta fraudolenta in uno stralcio dell’inchiesta su quella banca».

Gennaro Grimolizzi

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