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Il SOGNO DI CARZANO, SETTEMBRE 1917. Di Luigi Pedrone.

La preparazione

Il 1917 fu l’anno più critico del conflitto. Fino al 1916, forse, i belligeranti potevano ancora pervenire ad un pace onorevole per tutti.

Cesare Pettorelli Lalatta Finzi (1884-1969).

 Il ’17 fu l’anno dell’allargamento del conflitto, con la discesa in campo degli Stati Uniti che, con la loro potenza militare ed economica, erano in grado di sostenere anche lo sforzo bellico dell’Intesa; fu l’anno della Rivoluzione d’Ottobre che liberò gli Imperi Centrali dall’impegno sul fronte orientale e consentì una maggiore concentrazione sul fronte occidentale e in Italia. Fu l’anno di Caporetto.

Fu anche l’anno del “Sogno di Carzano”, un evento poco conosciuto, che avrebbe potuto provocare una disfatta austriaca.

Carzano, all’epoca in territorio austriaco, è un piccolo paese della Valsugana, a due passi dalla confluenza del torrente Maso nel Brenta, che nel settembre 1917 fu al centro di un piano italiano per una  improvvisa e rapida avanzata su Trento, che avrebbe tagliato le linee di rifornimento austro-ungariche; l’operazione avrebbe impresso un’ accelerazione al conflitto che, sul fronte italiano, si sarebbe probabilmente concluso un anno prima.

Dopo la “Strafexpedion” della primavera del ’16, il grosso delle operazioni si svolgeva sul fronte isontino-carsico e il Trentino,  un settore relativamente tranquillo, si sarebbe ben prestato per un ardito colpo di mano italiano.

La miopia degli italici Superiori Comandi vanificò però il minuzioso lavoro di  “intelligence” condotto dal Maggiore Cesare Pettorelli Lalatta, l’artefice dell’operazione,  e dal cui libro “L’occasione perduta. Carzano 1917” (Mursia 1967), sono stati tratti gli spunti per queste note.

Tutto era iniziato la notte del 12 luglio 1917, quando ad un avamposto italiano presso Strigno, a qualche chilometro  da Carzano, si era presentato un sergente dell’esercito austro-ungarico, tale Mleinek, ceco, che si dichiarava parlamentario e latore di notizie che voleva trasmettere ad un grande comando italiano.

L’Ufficiale italiano di servizio, con naturale diffidenza, comunicò coi suoi superiori che gli ordinarono di trasferire, con la massima precauzione,  il militare nemico al Comando di settore, dal quale poi sarebbe stato avviato al Comando Divisione a Pieve Tesino. Lì il Mleinek consegnava degli schizzi topografici coi dettagli delle difense austriache di un tratto della prima linea in Valsugana e le indicazioni di ciò che gli italiani avrebbero potuto tentare contro il fronte austriaco. Vi era poi un biglietto, scritto in tedesco, a firma “Paolino”, che indicava le modalità con cui gli italiani dovevano segnalare la loro disponibilità a proseguire i contatti: il giorno in cui avessero deciso in tal senso, a mezzogiorno preciso, avrebbero dovuto lanciare due granate contro il campanile di Carzano e, a mezzanotte, un emissario di Paolino avrebbe varcato le linee a Strigno per incontrarsi con un emissario italiano.

Al Comando Divisione, quanto ricevuto generò perplessità e scetticismo e il plico fu inviato, per approfondimenti, al Comando Informatori d’Armata, a Vicenza.

La mattina del 15 luglio, il Magg. Cesare Pettorelli Lalatta, Capo dell’Ufficio Informazioni d’Armata, constatato che i dati trasmessi da Mleinek confermavano quanto l’intelligence italiana aveva già acquisito per altra via, disponeva l’ attuazione delle procedure indicate da Paolino per arrivare ad un incontro. A mezzogiorno preciso furono lanciati due colpi di granata ai piedi del campanile di Carzano e a mezzanotte, presso un avamposto italiano, il Pettorelli Lalatta si incontrava col sergente Mleinik  al quale dava  istruzioni per l’ incontro con Paolino, incontro che doveva avvenire dopo un’ora, nei pressi di Spera, poco lontano da Carzano, a metà strada tra le linee austriaca e italiana. L’Ufficiale italiano, nome in codice Inzif , aveva posto la condizione che l’incontro con Paolino avvenisse senza accompagnatori o scorte.

Inzif e Paolino si incontrano quindi per la prima volta.  Paolino, altri non era l’Oberleutnant Pivko, sloveno irredentista, comandante interinale del V Battaglione bosniaco che, come il ceco Mleinek, sognava la dissoluzione della monarchia asburgica.

Dopo aver sondato la personalità di Pivko,  Pettorelli Lalatta gli accordò fiducia e, al secondo appuntamento, dieci giorni dopo, Pivko si presentava con altri due Ufficiali cechi irredentisti. La rete di informatori si allargava:  Pivko forniva dati relativi alla sua Divisione e a quelle dipendenti dal Comando di fortezza di Trento, mentre una cellula operante alla stazione ferroviaria di quella città segnalava arrivi e partenze dei reparti austro-ungarici e le loro destinazioni. C’era anche un sergente addetto alla Segreteria dell’11^ Armata austriaca che segnalava ordini e movimenti disposti da quel Comando.

Le informazioni che pervenivano davano un quadro abbastanza completo della situazioni e il Magg. Pettorelli Lalatta cominciava ad intravvedere la possibilità di organizzare una rapida e improvvisa avanzata su Trento, che avrebbe tagliato le linee di rifornimento austriache.

Carzano si trovò improvvisamente al centro dell’operazione di spionaggio; da lì, infatti partivano le segnalazioni dall’organizzazione segreta di Pivko verso l’intelligence italiana, per fissare incontri tra i rispettivi agenti. Quando necessario, a ore stabilite, Pivko faceva lanciare razzi e raffiche di mitraglia, simulando azioni deterrenti verso il nemico o faceva stendere della biancheria sulla piazza della chiesa del borgo, come segnale per gli osservatori italiani sparsi lungo il settore del fronte a ridosso del paese.

Dopo aver illustrato ai suoi diretti superiori il particolare servizio informazioni da lui  organizzato con Pivko, Pettorelli Lalatta fu incoraggiato a portare il suo piano al Comando Supremo; l’unica difficoltà era quella di superare il proverbiale scetticismo che aleggiava in quelle stanze e assicurarsi contestualmente che il piano rimanesse veramente segreto e non venisse divulgato, come purtroppo già accaduto in altre analoghe situazioni, per la leggerezza di alcuni.

Dopo filtri e sbarramenti posti in atto dagli uffici del Comando supremo, il 4 settembre Pettorelli Lalatta poté finalmente incontrare, al Comando Supremo di Udine, il Gen. Cadorna, già informato sommariamente del progetto. Il Generale  volle una dettagliata relazione dal Maggiore sulle iniziative intraprese, sui suoi contatti con gli informatori austriaci e suoi suggerimenti su come condurre l’operazione su Trento, e poi su verso Bolzano. Il Cadorna prese tempo per visionare tutta la documentazione portatagli dal Pettorelli Lalatta, a cui, tuttavia, ordinò di proseguire nel lavoro intrapreso.

Nella notte tra il 4 e il 5 settembre, Pettorelli Lalatta incontrava nuovamente Pivko che gli consegnava la traccia di un piano d’azione da lui elaborato, con notizie dettagliate sulle postazioni austro-ungariche del settore, la potenza di fuoco e altre notizie che fornivano un quadro di insieme della situazione in territorio trentino .

L’Ufficiale austriaco  raccomandò che si agisse nel più breve tempo possibile, avendo avuto sentore di una visita dell’Imperatore Carlo a Trento, visita che avvenne effettivamente il 13 settembre, che avrebbe comportato maggiore vigilanza e avrebbe potuto provocare spostamenti imprevisti di truppe austriache.

Allungando i tempi, inoltre, aumentava il rischio di fughe di notizie e conseguenti possibili delazioni.

Il 7 settembre, Cadorna affidava al Gen. Etna, comandate del XVIII Corpo d’Armata,  la direzione dell’ operazione, mentre il Gen. Zincone, già Capo di Stato Maggiore della stessa grande unità, sarebbe stato il comandante operativo. Etna e Zincone però, a parere di Pettorelli Lalatta, non avevano il temperamento per condurre audaci avanzate, non avendo diretta esperienza di comando di truppe in azioni offensive.

Anche in questo frangente, vennero alla luce i punti deboli dei Comandi italiani del tempo, Comando Supremo in testa: inadeguatezza nella scelta di soggetti idonei a condurre operazioni di particolare delicatezza e  una scarsa  sensibilità nell’ interpretare le notizie che pervenivano dal Servizio Informazioni.

La sera del 14 settembre, la pianificazione dell’operazione era praticamente terminata ma il Gen. Zincone, da solerte Ufficiale di Stato Maggiore, ritenendo il piano un po’ fuori dagli schemi usuali, volle che vi venissero apportati alcuni aggiustamenti, senza comprendere pienamente che l’azione doveva essere condotta con una certa agilità e rapidità, al di là delle pianificazioni da manuale.

Intanto, il Servizio chimico del Regio Esercito aveva consegnato a Pettorelli Lalatta alcuni fiaschi di acquavite con oppio da distribuire ai militari del battaglione bosniaco che non partecipavano all’operazione e bustine di sonnifero da mettere nel rancio delle truppe austriache di prima linea; della consegna e distribuzione si sarebbero occupati gli uomini di Pivko.

La ricognizione aerea segnalava poi che tutte le retrovie trentine erano tranquille.

Alle ore 22 del 15 settembre, Pettorelli Lalatta si incontra con Pivko che lo informa dell’ imminente inizio della grande offensiva austro-ungarica, già progettata da mesi, sul fronte dell’Isonzo e nella zona di Tolmino. Sarebbe quindi imminente un ingente spostamento di reparti, tra i quali, probabilmente, anche il Battaglione Bosniaco di Pivko, dal fronte trentino all’Isonzo: bisogna pertanto agire in fretta, considerato inoltre che le batterie che stanno per essere spostate sul fronte isontino non sarebbero state immediatamente rimpiazzate.

D’altra parte, tutto è ormai pronto: l’intelligence italiana conosce la precisa consistenza, nettamente inferiore alle forze italiane, dei reparti autro-ungarici nel settore trentino e dispone di fidati informatori tra le truppe nemiche; la Segreteria di Cadorna ha confermato che tutte le truppe italiane schierate sul fronte trentino sono state allertate e pronte a muovere immediatamente; sull’altro versante, i Comandi austro-ungarici, impegnati nel trasferimento dei loro reparti sul fronte dell’ Isonzo, non sembrano prestare eccessiva attenzione al Trentino, considerando gli italiani, attestati in quel settore su posizioni difensive, incapaci di condurre un’offensiva.

L’inizio dell’operazione viene quindi fissato alle ore 22 del 16 settembre: Pettorelli Lalatta avrebbe condotto personalmente la colonna che doveva dirigersi su Carzano, avanguardia dei reparti che dovevano travolgere le forze austro-ungariche e avanzare poi su Trento, mentre Pivko avrebbe sabotato la centrale elettrica nel settore austriaco,  interrotto il flusso di corrente nei reticolati e bloccato le teleferiche impiegate per i rifornimenti delle truppe imperiali.

Si parte !

Tutto è pronto per dare inizio all’operazione alle ore 22 del 16 settembre. Il Comando Supremo italiano

Ljudevit Pivko (1880-1937)

ha la perfetta conoscenza delle forze austro-ungariche  schierate nel settore trentino: ai sette Corpi d’Armata italiani, al completo e sostenuti da ottime artiglierie, gli austriaci contrappongono solo due Corpi d’Armata alleggeriti, una  Divisione con la  riserva di un Reggimento di fanteria, un battaglione d’assalto e poche truppe mese a difesa di Trento.

Sorge però una complicazione che potrebbe mandare tutto all’aria. Il Tenente Pivko segnala che, mentre continuano le partenze dei reparti austro-ungarici per il fronte isontino, a Trento è giunto un Battaglione bavarese, che potrebbe essere l’avanguardia di più ingenti forze. I timori di nuove concentrazioni di truppe nemiche vengono tuttavia fugati e l’operazione, rimandata per precauzione, ha inizio alle 20 del 17 settembre.

L’operazione inizia però in modo caotico: sulla strada che da Pieve Tesino porta a Strigno, avanza la prima colonna i cui soldati marciano con zaini stracarichi, tascapane gonfi, coperte arrotolate e paletti delle tende da campo sporgenti ai lati delle spalle. Così hanno voluto i superiori comandi, per far sembrare l’operazione un normale spostamento di truppe.

Ad un tratto, la colonna, che avanza su una strada di montagna non molto ampia, incrocia un reparto che rientra nelle retrovie dopo il turno nelle trincee avanzate. Si può immaginare l’ingorgo che si crea e il conseguente rallentamento della marcia;  nessuno sembra essersi preoccupato di coordinare il movimento delle truppe.

Pettorelli Lalatta arriva finalmente a Strigno con la prima colonna; sono le 22 e ci sono volute due ore per percorrere poco più di tre chilometri. E ‘ sorta poi un’altra complicazione: gli informatori hanno segnalato, con grave ritardo, che gli austriaci quella sera hanno reintrodotto l’orario invernale e regolato gli orologi un’ora avanti. Quindi, per le guide di Pivko in attesa degli italiani, sono già le 23.

A Strigno, dove si è insediato il Posto comando, il Magg. Pettorelli Lalatta si presenta al Gen. Zincone, Comandante operativo, e gli segnala i ritardi provocati dall’ingorgo di truppe sulla strada. Il Maggiore fa presente che bisogna porre immediato rimedio a quel caos, per consentire il rapido afflusso delle colonne che seguivano. Lo Zincone  non mostra meraviglia per la situazione descrittagli, dando l’impressione di aver previsto tutto ciò. I superiori comandi sembrano non dare peso al fatto che l’operazione deve essere condotta con rapidità e spregiudicatezza, sfruttando il fattore sorpresa. Infatti, l’ordine di marcia per i reparti che devono compiere il colpo di mano è praticamente quello di  un normale trasferimento e testimonia la scarsa duttilità dei comandi e la loro incapacità di piegare, dove occorra,  norme e regolamenti alle esigenze contingenti.

Pettorelli Lalatta lascia Strigno e si dirige sulla strada che porta alla cappelletta nei pressi di Spera; là ci sono già i suoi uomini  che hanno continuato la marcia e il Ten. Pivko, che gli conferma  che i suoi bosniaci dormono ancora sotto gli effetti della  grappa oppiata (quella che era stata preparata dal Servizio chimico del Regio Esercito). E’ però necessario fare in fretta perché, sia per il cambio dell’ora in campo austriaco e i rallentamenti delle colonne italiani, il ritardo accumulato è di due ore e c’è il rischio che qualche bosniaco cominci a riprendersi dalla sbornia.

La prima colonna italiana arriva quindi in prossimità delle linee austriache, dove la corrente elettrica è stata interrotta ed è già stato aperto un varco nei reticolati, ed entra  in territorio nemico per dirigersi verso la località Castellare.

Non vi è alcuna reazione austro-ungarica e, in un quarto d’ora, senza perdite umane d’ambo le parti, i quaranta uomini del presidio austriaco, ancora sotto gli effetti della grappa oppiata, vengono catturati.  Cadono in mano italiana anche un cannone e otto mitragliatrici.

Viene quindi  lanciato il segnale luminoso convenuto e la seconda colonna italiana può cominciare  ad avanzare.

Il Ten. Irsa, con le guide austriache di Pivko, raggiunge gli italiani che hanno passato le linee e assicura che non ci sarebbero state reazioni da parte austriaca, perché lui stesso aveva fatto in modo di essere comandato coi suoi uomini, per una ricognizione nel settore teatro dell’operazione che, pertanto, non sarebbe stato battuto né da riflettori né dall’artiglieria. Irsa comunica poi che il Tenente Pivko, che intanto era rientrato a Carzano,  avrebbe attenso gli italiani al suo Comando di battaglione.

Sono le 23 (mezzanotte per gli austriaci), e davanti alla cappelletta di Spera, dove si trova Pettorelli Lalatta, sfilano silenziose le colonne 2 e 3, a breve distanza l’una dall’altra. Il Maggiore decide di avanzare per un poco con questi reparti per  verificare personalmente che tutto proceda per il meglio. Se durante la sua assenza fosse arrivata  la colonna 4, peraltro già in ritardo, dà ordine di instradarla verso Castellare.

Dopo la ricognizione, Pettorelli Lalatta ritorna alla cappelletta ma, nonostante la strada di Strigno sia libera, non si hanno ancora notizie della colonna 4; il reparto, comandato da un ufficiale che non conosce i luoghi e che quindi avanza lentamente per orientarsi, arriva solo alle 0,15, con un ritardo di quarantacinque minuti sui tempi previsti. Pettorelli Lalatta reprime un moto di stizza nel vedersi assegnato un ufficiale impreparato per questa delicata operazione. La colonna viene quindi avviata in località Scurelle, alle spalle delle postazioni austriache.

Anche la colonna 5 arriva con forte ritardo; è il battaglione di Bersaglieri che deve raggiungere Carzano e posizionarsi a sud dell’abitato, lungo il torrente Maso. Pettorelli Lalatta decide di avanzare con questa colonna, volendo entrare in Carzano e raggiungere Pivko al suo Comando di battaglione.

Dà quindi disposizioni per le colonne che ancora devono arrivare:  la colonna 6  deve essere avviata a Carzano, la 7 deve posizionarsi a Scurelle, dove c’è già la 4, e la 8 deve avanzare su Telve per neutralizzare le batterie austriache là posizionate.

Nonostante ritardi e intoppi, l’operazione sembra procedere secondo i piani.  Alle 2  una granata austriaca passa su Carzano ma Pivko non vi dà grande importanza, ritenendo che gli austriaci tirino su Strigno, avendo forse avvertito qualche rumore o visto un po’ di movimento da quella parte. Il riflettore austriaco del monte Civeron, manovrato da un uomo di Pivko, batte la valle rapidamente, senza però mai sostare in un punto preciso.

Poco dopo arriva il segnale che Telve è stata occupata dagli italiani ma le rimanenti colonne, che dovevano essere già posizionate, ancora non si vedono.

Mentre l’artiglieria austriaca si è fatta più vivace, Pettorelli Lalatta va prima al ponte sul Maso e poi ritorna alla cappelletta  di Spera per vedere se le colonne siano almeno in vista, ma nessuno sta avanzando. E’ pur vero che l’artiglieria austriaca è in azione, subito ricambiata dall’artiglieria italiana, ma il modesto volume di fuoco e i lunghi intervalli tra un tiro e l’altro non costituiscono un grande ostacolo all’avanzata italiana.

Il Maggiore Pettorelli  Lalatta si precipita quindi a Strigno dal Gen. Zincone, per conoscere i motivi che hanno fermato il flusso dei reparti. Il generale, sulle prime, mostra di ignorare i ritardi segnalati dal Maggiore, ma quando questi si fa più insistente e gli fa presente che nessuno è in movimento sulla strada che porta a Spera, il Gen.  Zincone, seccato ed in modo sgarbato, finalmente comunica che i reparti sono stati avviati verso Spera attraverso  il camminamento di Quota 546. Pettorelli Lalatta trattiene a fatica la sua rabbia perché, ancora una volta, deve constatare la leggerezza e l’ottusità dei suoi superiori, che hanno disposto il movimenti dei reparti come se si trattasse di un normale trasferimento e non di un’operazione che doveva sfruttare il fattore sorpresa e svolgersi quindi con rapidità.

Il camminamento è infatti stretto e tortuoso e i militari sono costretti a marciare in fila indiana, caricati di  zaini voluminosi che ostacolano i movimenti; inoltre, non essendoci lo spazio per superare eventuali  ostacoli, anche un solo uomo che si fosse fermato per qualsiasi motivo,  avrebbe bloccato la marcia di tutti quelli che venivano dietro di  lui.

 E tutto questo, avendo a disposizione una comoda strada, già percorsa senza perdite dalle prime colonne, fiancheggiata da alberi che ne coprono la vista e dove i reparti, ben incolonnati, possono  marciare speditamente.

Pettorelli Lalatta dopo un momento di comprensibile sconforto, si mette in movimento per cercare di salvare il salvabile; raggiunge il Col. Chiericoni, comandante della colonna 10, ferma nei pressi di  Strigno, col quale si accorda personalmente perché il reparto si rimetta subito in marcia e si diriga verso Carzano.

Forse si può ancora rimediare, tanto più che gli austriaci, essendo interrotte le linee telefoniche, sembrano ignorare che a Carzano ci sono già i bersaglieri; infatti concentrano il tiro dell’artiglieria sullo sbocco del camminamento di Quota 546 , su Spera e sulla famosa cappelletta.

Tornando verso Spera, Pettorelli Lalatta vede i primi soldati della colonna 9 uscire dal camminamento con il loro comandate, il Ten. Col. Balbinot, a cui chiede a che punto sia il grosso della colonna. La risposta è sconcertante: fermi per ordine di Zincone. Il Maggiore, assumendosi ogni responsabilità, comunica allora di recare nuove disposizioni per il rapido avanzamento del  reparto che deve dirigersi su Carzano.

Continuando la sua frenetica corsa per salvare il salvabile, Pettorelli Lalatta raggiunge nuovamente  Spera, dove trova giovani ufficiali e soldati che hanno perso il contatto coi propri reparti e non sanno cosa fare; il Maggiore ordina quindi agli ufficiali di radunare gli uomini e convergere immediatamente  su Carzano.

Alle 5 del mattino, anche la colonna Balbinot giunge  alla nota cappelletta, dove però sarebbe dovuta arrivare all’una e trenta.

Pettorelli Lalatta, mentre si dirige nuovamente verso Carzano incontra  Pivko che non nasconde  stupore e  disperazione per come stanno andando le cose. L’ufficiale italiano cerca di consolare l’amico: pur essendo svanito l’effetto sorpresa,  la superiorità italiana in uomini e mezzi consente di andare avanti.

Giunto però nei pressi del ponte sul Maso, battuto da una mitragliatrice austriaca, Pettorelli Lalatta, seguito da Pivko, viene raggiunto da una staffetta che gli comunica l’ordine del Gen. Zincone di bloccare l’operazione e di far rientrare i reparti.

Furioso per l’assurdo ordine ricevuto, quando un battaglione dei bersaglieri è attestato a  Carzano, Telve è in mano italiana e altri reparti sono in marcia verso gli obbiettivi prestabiliti, Pettorelli Lalatta si precipita a Strigno, da Zincone, per capire cosa stia succedendo. Il generale lo riceve freddamente e, indicandogli alcune guide austriache di Pivko, radunate nella piazzetta del paese, se ne esce con un apprezzamento che fa infuriare ancora di più il Maggiore: “Se non ci fossero stati quegli… . Non si sarebbe fatto nulla e sarebbe stato meglio”. Pettorelli Lalatta insiste per sapere i motivi che hanno determinato l’ordine di ritirata, quando, nonostante tutto, l’operazione stava procedendo secondo i piani prestabiliti; gli viene risposto laconicamente che  l’ordine di ritirata è stato impartito dal Gen. Etna ed è irrevocabile.

Il Maggiore cerca quindi di mettersi in contatto telefonico con Etna, per spiegargli personalmente la situazione  e convincerlo a riprendere l’azione. Le linee sono disturbate e non è possibile comunicare con il Comando d’armata; intanto la ritirata è incominciata.

Succede poi un fatto inspiegabile: i bersaglieri, che da soli avevano mantenuto il caposaldo principale e iniziavano a ritirarsi secondo gli ordini ricevuti, devono ripararsi dai colpi dell’artiglieria italiana che tira corto su Carzano,  non si capisce se per errore , oppure per prevenire o reprimere presunte rese al nemico delle truppe italiane.

Il 22 settembre Pettorelli  Lalatta viene convocato a Belluno, per testimoniare davanti alla Commissione incaricata di far luce sul fallimento dell’operazione. L’inchiesta si conclude con l’esonero dal comando dei generali Etna e Zincone e la  punizione di quei comandanti di reggimento che, ottemperando peraltro alle superiori disposizioni, avevano fermato l’avanzata dei loro reparti.

Il 27 settembre, Pettorelli Lalatta è a rapporto dal Gen. Cadorna, che e lo invita a riprendere i contatti necessari per ritentare l’azione. Il Maggiore si mostra sostanzialmente scettico ma non può far altro che obbedire.

I suoi nuovi interlocutori presso gli alti comandi sono i Generali Zoppi e Viora , ma i contatti vengono presto interrotti per l’improvviso trasferimento verso l’Udinese dei due alti ufficiali e delle loro truppe.

Anche la seconda operazione su Carzano viene accantonata, anche perché l’attenzione dei Comandi italiani si concentra  ad est, dove viene dato per certo l’imminente inizio dell’ offensiva sull’Isonzo.

 Viene intanto costituito un nuovo corpo speciale misto, inquadrato nella I Armata italiana: vi fanno parte anche il dottor Ljudevit  Pivko, in divisa grigioverde, col grado di capitano e i colori della bandiera ceca cuciti sul bavero della giubba,  e i suoi uomini che avevano disertato dall’ esercito imperiale; avrebbero operato, come intercettatori e pattuglie di contatto con il nemico, a fianco del personale di Pettorelli Lalatta.

 Carzano però restava solo un “ sogno”.

*Fonti : Cesare Pettorelli Lalatta “L’occasione perduta. Carzano 1917” –  Ed.Mursia 1967

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