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IL CIELO E' APERTO SULLA TERRA. Di Padre Guglielmo Spirito

Salonicco/Atene, fine settembre 2017

Lo sguardo si stende al di là delle montagne del mondo. Alla fine del mondo o al suo inizio, come direbbe Jón Kalman Stefánsson. Ho impressa la vista degli Alpi, bagnati dalla pioggia grigia, il breve soggiorno a Salisburgo, gioiello dell’Austria, e poi la Francia. Rivedo la doppia traversata dei Pirenei, l’accavalcarsi di cime su cime, di rocce su rocce, tra gole profonde, ombrose, boschi che si arrampicano sui pendii -alberi come camosci che saltano in alto; aquile che volteggiano, forando il cielo che si cerne sulla terra- , dirupi e vallate verdeggianti, greggi e mucche al pascolo, tra spessi brandelli di nebbia. Un succedersi di bellezze fresche e terse, mozzafiato. Un bagliore sulla linea dell’orizzonte, annunzia l’Atlantico.

Da Lourdes fino a Leyre e Javier, in Navarra, e ritorno.

Celebriamo con i frati nella chiesa accanto al castello che vide la nascita e il battesimo di san Francisco Javier: con san Pietro Favre, fu tra i primi compagni di Ignacio de Loyola, temerario missionario in India e Giappone, una straordinaria leggenda viva per me dai tempi del seminario. Il cuore si riscalda quanto le pietre dei muri possenti, dorate sotto la potenza del sole estivo. Ma non sono attorniato dai tanti santi gesuiti in Spagna, adesso. Né sono alla grotta di Massabielle.

Sono in Grecia.

Lo sguardo si stende al di là delle montagne del mondo. Dal terrazzo dei padri lazzaristi, a Salonicco, vedo al di là del mare, dietro un velo di bruma, il monte Olimpo, dimora degli dei. Cammino verso l’Università, attraverso come ogni mattina -da un mese-, la piazza Aristotele. Di nuovo si staglia la siluetta soavemente viola dell’Olimpo, più nitido. Nella quiete dal mattino, le strade sembrano orientarsi verso di lui, e il mio sguardo le segue, come se Ermes avesse portato un invito a raggiungerli là, nelle altezze.

Arrivo infine alla chiesa della Panaghia Dexia, la mia chiesa mattutina -dove partecipo quando posso alla liturgia ortodossa prima di andare a lezione alla School of Modern Greek Language, Aristotle University of Thessaloniki -. Salgo i gradini, e lo sguardo segue la navata e si imbatte sulle Porte Regali che al centro dell’iconostasi schiudono il cielo aperto sulla terra nell’incarnazione del Logos di Dio. Per un attimo si sovrappongono nei miei occhi il monte Olimpo e le Porte Regali, e albeggia luminoso il pensiero: ecco davvero le porte dei cieli aperti, dove salgono e scendono gli angeli sul Figlio dell’uomo (Gv 1, 51). I’anelito narrato dal mito diventato storia, realtà.

Ancora un monte, il Parnaso, in alto, tra le rovine dell’oracolo di Delfi. Da ogni dove nel mondo antico si rivolgevano a Delfi, anelando una riposta. I quesiti dell’umanità dolente, le perplessità, i timori, le ansie si riversavano in domande supplici. Le pietre mute bisbigliano ancora tra le colonne apollinee e la cella crollata della pizia, l’eco dei dubbi, delle angosce, delle richieste di luce accumulate nei secoli.

L’eco di una risposta riguardo il senso dell’esistenza tra le gole e i dirupi della vita si trova poco distante, accanto a un altro monte, l’Elicona. Il monastero di Osios Lukas (XI secolo) e il villaggio -insignificante- di Stiri ne sono testimoni silenziosi. Là vide la luce san Nicola il Pellegrino, folle in Cristo, che ricevette ogni risposta gridando verso il cielo, incessantemente, il Kyrie eleison. Ogni consolazione, ogni conforto, ogni zelo per il bene dei suoi fratelli, ogni misericordia ricevuta e condivisa, li declinava con il suo supplicare mite e fiducioso, Kyrie eleison. Nella piazza del villaggio, una lapide testimonia il gemellaggio con Trani, dove morì (+1094) e dove si custodiscono nella basilica romanica, bianca sul mare, le sue reliquie.

Nell’agorà di Corinto, tra le vecchie pietre che videro e ascoltarono l’apostolo san Paolo, celebriamo la messa con i frati venuti da Roma. Il mio pensiero sfuggiva ogni tanto all’indietro verso la piana di Elefsina, dove da lontano si vedeva -mentre venivamo da Atene – il sito dell’antica Eleusi, sede dei misteri di Demetra e Persefone, il tentativo più profondo dell’antichità (assieme a quelli di Iside e Osiride) per superare l’impotenza umana davanti alla morte.

A un certo momento della celebrazione, mi vennero in mente, nitidi, radiosi, i canti greci durante la possente vigilia ortodossa dell’Esaltazione della Santa Croce alla chiesa di san Fozio a Salonicco (tre ore di veglia notturna, il cielo sulla terra, un incantesimo che il canto liturgico greco intesse più efficacemente che i migliori canti elfici): canti che sembravano squarciare i cieli e rimuove gli abissi -un cielo grandioso e tempestoso riempito di angeli guerrieri che inneggiavano il trionfo di Cristo sull’Ade, calpestando la morte con la sua morte-.

Durante la Divina Liturgia, il Regno dei cieli viene a noi in una Pentecoste sacramentale, i fedeli prostrati per terra nella penombra durante l’epiclesi possente come un rombo sono forse un icona tangibile. Senza far niente, partecipando docilmente alla Liturgia, ero come un bambino nel seno di sua madre: non facevo nulla, eppure per il solo fatto di essere in seno alla chiesa, crescevo, crescevo, e la vita nuova si espandeva in me.  Verso i punti cardinali si innalzava, benedicente, la Santa Croce, e il coro maschile cantava -con modulazioni variegate e struggenti, a tre voci- decine di volte il Kyrie eleison.

Ero di nuovo presente alla celebrazione in corso, tra il brusio delle foglie, la polvere che si alzava fra le pietre, il scintillio del mare tra le colonne diroccate del tempio, le parole che risuonavano nel canone eucaristico: la luce raggiante della consapevolezza che Cristo Signore è il Vivente, che in Lui la speranza di Eleusi è diventata realtà, colmò la mia anima di uno stupore  quieto e grato. Comunicarsi col suo corpo risorto è già sedersi alla  tavola del Regno.

E a partire del sapore di questa tavola, riacquistano un sapore più intenso gli altri sapori -i formaggi dei Pirenei, l’octopus alla griglia greco, le birre al quartiere di Plaka ad Atene con gli amici-, e “gli antichi sapori” di Rivotorto di Assisi, dove torno volentieri dopo un estate piena di benedizioni…

Padre Guglielmo

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