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A TURKU A DUECENTO METRI DA UN ATTENTATO TERRORISTICO. CHI SONO QUESTI BARBARI? Di Luigi De Anna*

Pensavo che i confini dell’impero d’Occidente fosse semplicemente una linea immaginaria che divide due mondi culturalmente diversi e non immaginavo che i Barbari lo potessero attraversare. Qui in Finlandia certo leggiamo e vediamo nei media quanto succede altrove, ultimamente a Barcellona, ma nessuno, o quasi, tanto meno le autorità che gestiscono l’ordine pubblico, pensava che quei barbari passassero il limen. Non lo hanno passato, erano già qui tra noi.

Venerdì 18 agosto, ore 17. Mia figlia, tutta spaventata, mi chiama al telefono, è andata a trovare un’amica: “hai sentito quello che è successo?” Di solito a questa domanda rispondo ”no”. E così è stato anche questa volta. Vado nel sito del quotidiano locale. Un uomo ha accoltellato diverse persone nella centralissima Kauppatori, la Piazza del mercato, e poi ha continuato a colpire i passanti con un coltello, fino a quando la polizia lo ha fermato sparandogli alle gambe. Il tutto inizia alle 16,02 e termina tre minuti più tardi grazie alla incredibile efficienza della polizia finlandese.

Per due giorni si sono succedute le notizie, oggi, domenica 20 agosto, abbiamo abbastanza elementi per tracciare un quadro più completo di quanto è successo.

La polizia indaga il fatto di sangue come atto di terrorismo. Le indagini hanno infatti portato alla luce i contatti tra l’accoltellatore e un gruppo di connazionali, cinque, di cui quattro già arrestati e uno ricercato con mandato internazionale. Questa connessione ha fatto passare il crimine da assassinio ad atto terroristico.

Nell’attacco sono morte due donne, una giovane e una più anziana. La polizia finlandese non ne ha resa nota l’identità per quel rispetto del dolore umano che gli italiani in queste occasioni non hanno, andando ad intervistare sotto casa i familiari della vittima per chiedere “cosa ne pensa? Che cosa prova?” Sui media si è parlato di un attacco che aveva come obiettivo proprio le donne. Non lo credo, è la tendenza nostrana a vedere feminicidi come atti voluti. E’ logico che il terrorista colpisca di preferenza chi non si può difendere, come appunto una donna, infatti due uomini, stranieri, hanno cercato di fermarlo. Essere bloccato da un giovane robusto non era nelle intenzioni di chi doveva colpire il maggior numero possibile di persone prima di essere a sua volta immobilizzato o ucciso.

I feriti sono otto, tra questi una ricercatrice italiana, Lisa Biancucci, probabilmente la prima ad essere stata colpita alle spalle mentre passava dalla Piazza del mercato. La dinamica da questo punto di vista è chiara, ma i nomi delle vittime via via ferite non è ancora collegata ai luoghi dove l’accoltellamento è avvenuto. Anche su di loro è stato steso ufficialmente un velo di riserbo. L’ambasciata italiana è stata comunque rapidamente informata e altrettanto rapidamente ha agito a sostegno della connazionale ferita. Non la conosco di persona, e di lei non so altro. Naturalmente molti amici mi hanno contattato per sapere se c’erano state conseguenze per me o i colleghi dell’università.

Abito a duecento metri dai luoghi dove l’attentato è iniziato e si è concluso. Mia figlia era uscita poco prima di casa per prendere l’autobus in quella piazza. La figlia del collega che insegna l’italiano all’università era presente al momento dell’attentato e ne è rimasta logicamente scioccata.

L’accoltellatore è un giovane di 18 anni di nazionalità marocchina, rifugiato in attesa di decisone sul suo permesso di asilo. E’ stato scritto che questo gli è già stato rifiutato, e questo potrebbe avere innescato la miccia della sua azione. Anche gli altri fermati sono marocchini.

Le caratteristiche sono dunque comuni ad altri fenomeni del genere: un giovane, un marocchino, un motivo di risentimento nei confronti della società in cui vive, una forte coscienza religiosa (pare che il diciottenne abbia gridato, mentre attaccava i passanti, “Allah Ahkbar”). Sono esattamente le stesse caratteristiche di tanti altri terroristi, ad esempio gli autori della recente strage di Barcellona.

Perché marocchini? Perché non iraqeni, o siriani, o curdi o palestinesi? In Marocco, pur con i problemi comuni ai Paesi del Maghreb, non c’è guerra civile, neppure del tipo di guerriglia che in passato investì la vicina Algeria. Non è neppure chiaro sulla base di quale giustificazione i cinque marocchini, tutti passati dal Centro di accoglienza di Turku, abbiano richiesto asilo. Probabilmente non sono foreign fighter, anche se alcuni rifugiati in Finlandia hanno effettivamente militato nei ranghi di DAESH e alcuni sono tornati o stanno tornando, con le conseguenze sulla parte più sprovveduta della comunità islamica qui residente che possiamo immaginare. In Finlandia quasi la metà dei giovani somali è disoccupata.

La mia spiegazione per l’interrogativo “perché marocchini?” è che, mentre chi la guerra che oggi divampa in Medio Oriente la vive sulla propria pelle, quindi è ben lieto di essere accolto in un Paese dove non corre il rischio di finire in una fossa comune, i maghrebini vengono semplicemente da una società povera oppure, se già residenti in Europa, da una società che ha larghe sacche di emarginazione economica e sociale. La reazione di questi giovani (la gioventù è l’età della violenza anche per semplici ragioni etologiche) è di trovare nell’Islam fanatico ed estremista una ragione d’essere, di vivere e, purtroppo, anche di morire.

Senza esagerare la valutazione, spesso basata sull’ignoranza, che si dà in Occidente del Corano, è evidente che la Fede islamica fornisce, unitamente ad una eredità di orgoglio storico, cioè la grandezza dell’impero islamico nelle sue varie manifestazioni, una giustificazione (se mal interpretato) al fatalismo che porta tanti giovani a compiere atti di terrorismo. In questi atti spesso sono loro stessi votati al sacrificio. Ci siamo abituati alle migliaia di casi di terroristi suicidi che si fanno saltare in aria, a volte perfino senza alcun risultato, dal loro punto di vista, militare o strategico. Il suicidio di un combattente è un atto supremo, un atto che richiede non solo coraggio ma una motivazione che possa spingere la persona ad andare al di là del naturale spirito di conservazione che ogni essere umano ha.

Luigi De Anna
* Tratto dal sito http://www.larondine.fi

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