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IN MORTE DI STEFANO RODOTA'. Di Roberto De Albentiis.

Stefano Rodotà (1933-2017).

Il 23 giugno 2017 è morto Stefano Rodotà (1933-2017), uno dei più famosi giuristi e accademici italiani del XX secolo. Calabrese, di etnia arbereshe – come l’altrettanto famoso, ma certo diverso da lui, Costantino Mortati (1891-1985) – allievo di Emilio Betti (1890-1968) e Rosario Nicolò (1910-1987), ha insegnato Diritto Civile nelle università italiane di Macerata, Genova e Roma e in molte università straniere in Inghilterra, in Francia e negli Stati Uniti. Rodotà è stato senza dubbio uno dei più noti giuristi italiani, sul cui pensiero si sono formati tanti studenti e professori. Lo scrivente, avendo avuto una professoressa di Diritto Privato e Diritto Civile che è stata sua allieva e facendo pratica in uno studio legale il cui fondatore fu per breve tempo suo assistente, ha dovuto, indirettamente e giocoforza, averci avuto a che fare, e non solo per una questione di libri e manuali, pur importanti, ma di insegnamenti e memorie.
Sgombriamo il campo immediatamente: questo non è un coccodrillo ipocrita e vuoto. Al professor Rodotà, accanto a meriti nell’ambito accademico e scientifico, da un punto di vista comunitario e cattolico, come è proprio di questo sito, non possono essere risparmiate critiche. Espressione del radicalismo e della sinistra indipendente, più che del comunismo, Rodotà si è sempre fatto latore di un pensiero laico e radicale, affine più alla sinistra left e liberal che al socialismo, a favore di campagne per la laicità, l’autodeterminazione, in pratica il “diritto” del singolo elevato a scapito della comunità. Non si può certo tacere la battaglia di Rodotà contro il diritto dei medici all’obiezione di coscienza nel caso dell’aborto (riconosciuto come un vero diritto dalla stessa legge 194, a differenza dell’aborto in sé) o a favore dell’eutanasia, come non si può negare la sciocchezza, indegna invero di un tale studioso, secondo cui “il paradigma eterosessuale della famiglia crea incostituzionalità”, né, ancora, si può negare il suo europeismo (da intendersi qui come adesione al modello politico e ideologico della Comunità, poi Unione, Europea, non certo della tradizione classica europea comune) e la sua partecipazione alla scrittura della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (la c.d. “Carta di Nizza”), che, certo, con il suo liberalismo e individualismo cozza con il comunitarismo e il patriottismo, per quanto va riconosciuto che lo stesso Rodotà cercò di dare a tale documento un taglio più personalista, certo apprezzabile, ma non di meno stonato nella cornice che abbiamo descritto.
Voglio ricordare il professor Rodotà, tuttavia, per una sua battaglia e teorizzazione: quella dei beni comuni, ovvero di un paradigma proprietario alternativo alla dicotomia tra diritto pubblico e privato, che affonderebbe peraltro le sue radici nello stesso comunitarismo europeo e italiano liquidato dalla Rivoluzione Francese e dal Risorgimento. Certamente non si tratta di un’adesione o di una riproposizione di tale modello ideale, dal momento che le stesse radici ideali e ideologiche di Rodotà ne sono agli antipodi, tuttavia, in un panorama giuridico e politico desolante, questa teorizzazione figura tra le più interessanti e utili, senza dubbio molto più dei cc.dd. “diritti civili”, espressione somma dell’individualismo liberale che della stessa comunità ha fatto strage. Del resto, non si comprende come potessero essere compatibili le sue posizioni di limitazione del mercato, della proprietà e della concorrenza, anche condivisibili, con il fatto che fosse un assoluto permissivista nella sfera della sessualità e della disposizione del proprio corpo, espressioni ultime, queste, del più sfrenato liberalismo, come dimostra il tema dell’utero in affitto, a cui era favorevole. Nonostante questi limiti e queste contraddizioni, la teoria dei beni comuni di Rodotà rimane interessante e affascinante. Ho sostenuto l’esame di Diritto Civile su questo argomento, con una professoressa, Maria Rosaria Marella, sua allieva, che ringrazio per questo, e rimando a chi fosse interessato ai suoi lavori agli scritti di Ugo Mattei e, naturalmente, dello stesso professor Rodotà. Ritengo, infatti, che questa sua teorizzazione, con i dovuti correttivi e distinguo, possa essere molto utile per una (ri)fondazione comunitaria dello Stato e per un superamento del paradigma capitalistico. Il suo progetto di legge del 2007 non andò in porto e oggi è praticamente dimenticato. Non a caso, in quest’epoca di individualismo spinto, cui, purtroppo va detto, ha contribuito egli stesso, di Rodotà viene esclusivamente ricordato il radicalismo e il laicismo, non certo questi singoli interessanti spunti di comunitarismo e benecomunismo.
Non possiamo tacere dei punti critici del professor Rodotà, ma non possiamo neanche tacere dei suoi meriti: come faceva San Paolo (del resto, cittadino romano), vagliamo e teniamo ciò che è buono. Certamente, di Rodotà, mancheranno la passione, la dedizione, il sapere; mancherà Rodotà come vecchio accademico e giurista: di accademici e giuristi come lui, ormai, non ce ne sono più, a scapito dei pratici e degli ideologi.
Da diverse sponde politiche, da studente che si è formato sui suoi testi e con una sua allieva, arrivederci, professor Rodotà, e grazie! E a chi si stupisce di questo ricordo funebre, sia da una parte che dall’altra, rispondo con due grandi amori e tensioni: la libertà e, soprattutto, la verità.

Roberto De Albentiis

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