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L’EUROPA, SESSANT’ANNI DOPO I “TRATTATI DI ROMA". Di Franco Cardini*

Sessant’anni fa vennero firmati dai rappresentanti di sei paesi europei – Belgio, Francia, Germania. Italia, Lussemburgo e Olanda – i “Trattati di Roma” che costituivano la conclusione di una fase aperta sei anni prima, allorché il 18 aprile del 1951 si era costituita a Parigi la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA):  con essi, venivano  fondate la Comunità Economica Europea (CEE) per l’istituzione di un “mercato comune” e la Comunità dell’Energia Atomica (EURATOM) per la condivisione di conoscenze, infrastrutture e finanziamenti relativi all’energia nucleare. Nel Preambolo, i firmatari si dichiaravano “determinati a porre le fondamenta di un’unione sempre più stretta fra i popoli europei”; in seguito ai Trattati si abolivano i dazi doganali fra gli stati contraenti istituendo una tariffa doganale esterna comune per i prodotti degli altri stati; si prevedevano politiche comuni agricole, commerciali e dei trasporti; si creava un Fondo Sociale Europeo destinato a migliorare occupazione e tenore di vita dei lavoratori; s’istituiva una Banca Europea per gli investimenti e le risorse. I motori della Comunità sarebbero stati una Commissione Europea che avrebbe dovuto emanare norme comunitarie, un Consiglio dei Ministri (detto poi Consiglio d’Europa) per elaborare le proposte, un Parlamento Europeo per discuterle con prerogative tuttavia consultive.

Nel 1973 aderirono alla Comunità anche Regno Unito, Danimarca e Olanda e nel 1979 si procedette all’elezione per la prima volta a suffragio universale di quello che ormai era il Parlamento dell’Unione Europea (UE). Nel 1981 all’Unione dei “Nove” aderì anche la Grecia; nel 1986 la Spagna e il Portogallo: a quel punto venne firmato un Atto Unico Europea grazie al quale l’Europa “dei Dodici” poneva le basi per un Mercato non più solo “Comune”, bensì addirittura “Unico”. Seguirono i Trattati di Mastricht (1993) e di Amsterdam (1999) che determinavano la nascita del progetto di “cittadinanza europea” e si avviarono i progetti di politica estera e di sicurezza comuni: in modo ambiguo tuttavia, e con grade ritardo, visto che la precedente proposta di una Comunità Europea di Difesa (CED) era stata bocciata con grande sdegno di uno dei “Padri Fondatori” della Comunità, il francese Schuman.

Intanto all’UE avevano aderito l’Austria, la Finlandia e la Svezia (1995), mentre gli accordi di Schengen consentivano ai cittadini degli stati aderenti di circolare liberamente, senza passaporto, entro i confini di essi. Nel 2002 entrò in circolazione l’euro. Fra 2004 e 2013 aderirono all’UE altri tredici stati. Tuttavia la crisi di fiducia che ormai da tempo aveva cominciato a circolare nella compagine europeistica condusse, nel 2016, all’uscita dall’UE del Regno Unito (che peraltro non aveva mai accettato la moneta comune, l’euro, ed era rimasto fedele alla sterlina). Si era frattanto stabilito che tutti i paesi aderenti all’UE aderissero altresì, automaticamente, alla NATO, per quanto fosse noto che tale organizzazione militare era comandata e controllata da una potenza extraeuropea,gli Stati Uniti d’America.

Il 1° marzo scorso la Commissione Europea ha pubblicato un Libro Bianco sul futuro d’Europa. Riflessioni e scenari per l’UE a 27 verso il 2025. In esso, con lo scopo – si dichiara –  di facilitare il dibattito fra gli stati membri, sono delineate cinque opzioni possibili per consentire il futuro dell’integrazione. Le prime due di queste cinque ozioni sono state dichiarate insoddisfacenti dallo stesso Presidente della Commissione,  Juncker: esse prevedono che tutto resti così o che l’UE si occupi soltanto del mercato unico. La terza opzione è rappresentata dall’Europa “a due velocità”: gli stati interessati a far ulteriori passi d’integrazione, dopo l’istituzione dell’euro e gli accordi di Schengen, potranno farlo, mentre gli altri partecipanti resteranno a un livello d’integrazione più basso: in altre parole, si legittimerà l’esistenza di europei di serie A e di europei di serie B. La quarta opzione prevede l’individuazione di un numero limitato di campi sui quali concentrarsi, lasciando da parte il resto. La quinta e ultima propone un vero e proprio “salto di qualità”: un vero e propri progetto d’integrazione politica, che miri alla costituzione di un vero stato federale (o confederale?): insomma alla sostituzione dell’UE, che è soltanto l”Eurolandia”, la terra dell’euro, in un’autentica Federazione (o Confederazione) Europea (FE o CE).

Arrivati a questo punto, dopo la trionfante commemorazione romana del Sessantesimo tenutasi ieri 25 marzo con il solenne rinnovo di grandi promesse, tra rito capitolino e udienza pontificia,  alcune considerazioni sono a mio avviso urgenti, necessarie e doverose:

  1. La Commissione Europea e il suo Presidente, editori del Libro Bianco, dovrebbero vergognarsi. E’ evidentemente indegno di un’entità che si propone come in qualche modo “di governo” il proporre tante e tanto differenti ed eterogenee strade per il futuro. Non c’è bisogno di essere fedeli seguaci del grande Carl Schmitt (m’immagino le sue risate dinanzi a un documento come quello!) per rendersi conto che si è qui di fronte a qualcosa  che non può esser definito un insieme di “proposte”, ma nemmeno di “riflessioni”. Governare significa scegliere e proporre delle scelte: in altri termini, decidere. Si abbandonino dunque i giochetti da tavolino: le prime due proposte sono, semplicemente e puramente, irrecevibili. Andar avanti così è inutile, limitarsi all’ordinaria amministrazione dell’Eurolandia significa candidarsi alla sconfitta e al massacro. L’euro gestito da una Banca Centrale privata, quindi strumento finanziario di speculazione sottratto a un’autorità politica che del resto non c’è, ha condotto al Brexit, alla crisi di sfiducia e di disaffezione nei confronti della moneta unica, all’avventurismo dei “sovranisti” che tali peraltro non sono (rivendicare la sovranità monetaria tacendo o fingendo di non vedere che gli stati europei, occupati dalla NATO ch’è una forza armata comandata dagli statunitensi con il concorso di eserciti “ascari”, è indecente e ridicolo: la prima sovranità da rivendicare è quella della difesa e della sicurezza, strettamente correlata a quella diplomatica, cioè alla politica estera). La terza e la quarta opzione, per essere non dico accettate, ma appena prese in considerazione, richiederebbero una seria formulazione articolata, anzi analitica. Resta in piedi solo l’ultima: l’unica che un ente che si propone seriamente come “di governo” potrebbe credibilmente e dignitosamente formulare: l’attuazione di una vera e propria Unione Federale (o Confederale).
  1. Noialtri europei (specie noi che eravamo adolescenti nel ’57, e che salutammo i Trattati di Roma in vario modo, comunque con concorde entusiasmo per quel che rappresentavano o speravamo rappresentassero sulla via della costruzione di una nuova Patria comune che sentivamo di profondamente amare – e personaggi come Schuman, come Adenauer, come De Gaulle, sembravano condividere ed esser destinati a guidare sia pur transitoriamente il nostro entusiasmo, e trasformarlo in valori politici – forse non avevamo capito: e  certamente  i politici, i media e la scuola ci avevano poco e male informati al riguardo. Sta di fatto che ci attendevamo decisivi e rapidi passi avanti sulla via dell’integrazione politica. Troppo tardi ci siamo resi conto che l’UE è un organismo di gestione economica, finanziaria e tecnologica in un contesto che rende gli europei subordinati ai poteri appunto finanziari ed economici privati multinazionali (nemmeno tutti europei) nonché soggetti a una potenza straniera (cioè extraeuropea) sul piano politico, diplomatico e militare.
  1. Un’Europa così con c’interessa: anzi, è un’entità nefasta. O si procede riformandone le istituzioni esistenti in modo da renderla coerente e compatibile con il necessario processo d’integrazione politica e istituzionale o le si azzerano procedendo verso l’integrazione sulla base di realtà e d’istituzioni diverse. La prima e più urgente questione, concettualmente parlando (nella consapevolezza che sul piano die tempi di attuazione il cammino sarà lungo) consisterà nel decidere se l’Europa unita debba nascere dall’unione politica tra i vari stati e governi, sia pure con le necessarie riforme e modifiche, o sulla base di nuove formazioni e circoscrizioni territoriali. Emmanuel Macron, candidato alla presidenza francese, propone una larga consultazione popolare, dei veri e propri “Stati Generali” di tutta l’eurozona, su ciò. Ma resta da chiarire   come e su quali  basi  si identificheranno e si costituiranno questi “Stati Generali”,  quale sarà il grado della loro potenzialità decisionale.
  1. Il mantenimento dell’euro è inevitabile: tornare alle singole monete nazionali equivarrebbe sul piano economico-finanziario ad esporre i singoli paesi che facessero questa scelta in una posizione ancora più debole di fronte agli speculatori e alla finanza internazionale. Uscire dall’euro obbligherebbe a rivolgersi, per ottenere un sostegno alle nuove o redivive monete internazionali, agli stessi soggetti che hanno finora gestito e/o condizionato la moneta unica: ess che ci strangolerebbero o ci ridurrebbero in un servaggio economico ancora più forte e più duro. In tempi di blocchi e di trionfo del privato, presentarsi divisi di fronte agli speculatori sarebbe un suicidio.  Inoltre, nella costruzione dell’identità comunitaria, la moneta unica europea è elemento simbolico fondamentale.
  1. Nei termini, cari a Macron, di “Stati Generali”, è premessa indispensabile al rilancio europeo una consultazione sulla NATO: la permanenza nell’Alleanza Atlantica è deleteria, ci priva del diritto di scegliere gli alleati, ci condanna a scelte autolesionistiche.
  1. Un assetto presidenziale e confederale appare, per la futura unità politica d’Europa, conciliare la possibilità di decisioni “forti” con la necessità di preservare il più possibile la diversità dei vari paesi europei e la loro ricchezza storica. Un bicameralismo caratterizzato da una Camera Bassa per circoscrizioni etnostorico-geografiche suscettibili di rompere la logica dei vecchi confini nazionali (unendo ad esempio provenzali, occitani e catalani, aostani e borgognoni, sudtirolesi e nordtirolesi, veneti e istriani, valloni e normanni, fiamminghi e vestfalici, veneti e istriani) e da una Camera Alta che rappresenti gli stati nazionali (soluzione “alla statunitense”) potrebb’essere proponibile.
  1. Scuola europea: circolazione dei docenti, scrittura di manuali che “rinarrino” la storia europea in modo obiettivo e non statocentrico, introduzione per le scuole di ogni ordine e grado fino dalle primarie di tre lingue oltre quella materna scelte in modo da unire sempre almeno tre fra le sei grandi famiglie linguistiche presenti in Europa (la neolatina, la germanica, la celtica, la slava, la greco-illirica, l’uraloaltaica), introduzione dell’insegnamento di arte e musica europee, organizzazione di un sistema di feste civili europee che cancelli la pessima abitudine della celebrazione delle vittorie conseguite in guerre fratricide intraeuropee.
  1. Valorizzazione della lettura interpretativa geostorica e geoantropologica di un’Europa mediterraneo-eurasiatica che esalti e approfondisca i nessi tricontinentali Europa-Asia-Africa senza dimenticare le “Europe fuori d’Europa” (dagli USA al Canada all’America latina a Israele all’Australia) ma che prenda nettamente le distanze dalla concezione di un’Europa atlantistico-occidentale e quindi dai suoi valori prevalentemente individualistici, utilitaristici e liberisti sul piano etico-storico per privilegiare invece la tradizione comunitaria e solidaristica ispirata ai valori d’origine cristiana, al recupero del welfare state, a un’equa ridistribuzione sociale della ricchezza in grado di limitare accumulo e speculazione capitalistica e di rilanciare stili virtuosi di vita favorendo la produzione silvoagricolopastorale di qualità, l’artigianato, le riscoperta del patrimonio culturale folklorico, lo scambio di esperienze interreligiose e interconfessionali impedendo il formarsi di ghetti etnoreligiosi ed etnoculturali e il radicarsi dei relativi pregiudizi.

 
Franco cardini
* Tratto dal blog www.francocardini.net

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