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MOBILIS IN MOBILE. SULL'ATTUALITA' DELLA CONTRAPPOSIZIONE FRA TERRA E MARE. Di Paolo Costa

Il mare è tutto: non per nulla copre i sette decimi del globo. Ha un’aria pura e sana, è il deserto immenso dove l’uomo non è mai solo, perché sente la vita fremergli accanto. Il mare è il veicolo di un’esistenza soprannaturale e prodigiosa, è movimento ed amore, è l’infinito vivente, come ha detto uno dei vostri poeti. […] Il mare è l’immensa riserva della natura: da lui, per così dire, ebbe origine il globo; e chissà, forse anche con lui avrà fine. E’ suprema tranquillità, perché non soggiace ai despoti, i quali, ancora sulla sua superficie stessa, possono invece continuare ad esercitare iniqui diritti, e battersi, e divorarsi, trasportandovi tutti gli orrori terrestri. Ma a trenta piedi sotto il suo livello, la loro influenza si estingue ed il loro potere scompare! Ah, signore, vivete, vivete in seno al mare … Lì soltanto, c’è indipendenza! Lì, non ho padroni! Lì, sono libero!

Nel celebre dialogo con il professor Aronnax il capitano Nemo dichiara così la sua scelta per il mare e per l’esistenza impolitica che in esso è consentita.

Ma infallibilmente ogni pretesa di impoliticità non riesce ad uscire dal politico, che fa nuovamente capolino, magari diverso nella forma, ma immutato nella sua sostanza polemica.

La storia del pensiero politico e giuridico europeo ne da continue conferme.

Da sempre le grandi potenze politiche hanno assunto la loro decisione per la terra o per il mare. In epoca moderna la prima grande decisione è rappresentata dall’Atto di navigazione voluto da Oliver Cromwell (1651). La decisione britannica lasciava presagire che la terra ferma del Vecchio continente sarebbe diventata oggetto di contesa tra le sole potenze di terra. Leviathan e Behemoth si delineavano nitidamente e si spartivano il mondo.

Da sempre, tuttavia, le rivoluzioni spaziali sono rese possibili da precedenti rivoluzioni tecnologiche. Ventimila leghe sotto i mari ne è una chiara immagine: tanto visionaria quanto profetica.

Il capolavoro di Jules Verne è un’opera tipicamente ottocentesca. In essa si scorge la sconfinata fiducia nelle possibilità della tecnica, tipica del secolo che ha consegnato alla storia del pensiero quella cruda effettività che i filosofi chiamano positivismo. Il Nautilus si muove mobile nell’elemento mobile, noncurante della despotica legge che vige in superficie e delle stesse leggi della fisica, piegate dal genio tecnico di Nemo. Il capitano sceglie il suo elemento, abbandona il nomos tellurico e si inabissa nell’anomica ed impolitica esistenza talassica. Ma non del tutto anomica e non del tutto impolitica: il Nautilus non manca di risalire in superficie per ristabilire la giustizia o consumare la vendetta.

È quasi inevitabile riflettere oggi sulla nuova dimensione, comunicativa più che spaziale, aperta alla conquista politica dall’invenzione della rete. Il web è divenuto nell’immaginario di molti il nuovo abisso in cui condurre un’esistenza indipendentemente dai classici topoi del politico.

E tuttavia l’immagine che ci ha consegnato Verne pare ormai poco efficace per spiegare l’attualità. A mezza via tra un pirata ed un partigiano, Nemo combatteva l’impero. Il world wide web pare invece essere un’arma di quest’ultimo, una temutissima arma, seconda solo alla finanza globalizzata. Libertà della rete e libertà della finanza sono diffusive e globali. Ma forse dietro a tali libertà si cela solo la prosecuzione della politica con altri mezzi.

Tutto questo è illusione o realtà? Probabilmente entrambe. La realtà non si estingue dietro alle narrazioni globali, e prima o dopo presenta il conto.

Oggi l’Europa inizia a prenderne atto. Il mondo è meno piccolo di quanto ci eravamo abituati a credere. L’isolazionismo della nuova amministrazione americana lascia intravedere quasi un novello atto di navigazione: la scelta per il mare, che lascia la terra ferma alla potenza russa. Di nuovo Leviathan e Behemoth si delineano nitidamente. La Gran Bretagna ha ormai già deciso la sua collocazione in questo nuovo nomos.

Così stando le cose, l’unica mossa che sembra possibile per la vecchia Europa è riscoprire la propria vocazione terranea. La terra rappresenta il primo atto del nostro ritorno al reale. Dopo l’illusione della “fine della storia”, lo spirito europeo deve riscoprire se stesso ed il suo posto in questo vasto mondo.

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