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L'ELEZIONE INASPETTATA: REAZIONI E PROSPETTIVE. Di Francesco Mario Agnoli

Donald Trump (70 anni), 45° Presidente degli Stati Uniti d’America.

   L’elezione a presidente degli USA di Donald Trump, ma meglio sarebbe dire la sconfitta di Hillary Clinton, ha  abbattuto un muro, il che, in una società che dice di volere non muri, ma punti, dovrebbe essere apprezzato. Purtroppo per i presunti fautori dei ponti il muro in questione è quello che impediva alla maggioranza della gente, in America  come in Europa, di vedere la vera natura delle élites detentrici del potere e della classe intellettuale, per secolare tradizione la più diligente al servizio dei potenti. Non per nulla i più preoccupati sono gli intellettuali di medio livello: i giornalisti. Così Giovanna Botteri trova peggio che singolare che the  Donald sia stato eletto nonostante non si fosse mai visto un così compatto schieramento della stampa (un vero e proprio muro) contro un unico candidato. “Che cosa succederà” si domanda angosciata  “quando evidentemente la stampa non ha più forza e peso nella società americana?”. Una domanda tanto più angosciosa in quanto l’esperienza insegna che quanto accade negli States non tarda a riprodursi in Europa. Del resto che destino attenderebbe i giornalisti se i potenti si accorgessero che non servono più, che hanno perso la capacità di indirizzare e formare l’opinione pubblica?  Addio buoni stipendi e status privilegiato. Non pochi sarebbero a rischio di finire in quel proletariato contemporaneo nel quale oltre tutto sembra si annidi  parte degli elettori del Trump.

 In realtà, soprattutto in Europa (ma non solo), la cultura dei lavoratori dell’informazione è di sinistra. Di conseguenza, riesce difficile, e comunque un po’ controproducente  ammettere che un reazionario ignorante come  Trump possa contare sul sostegno delle tute blu e di chi ha perso il lavoro. Molto meglio sostenere che per lui abbiano votato gli “elettori bianchi benestanti”.  Tuttavia difficile credere che nell’America in crisi i bianchi benestanti siano così numerosi da assicurare il successo elettorale tanto più che a giudicare dai fondi ricevuti, incomparabilmente più elevati di quelli del suo avversario (secondo alcuni 886 per Hillary appena miseri 189 per Donald) non pochi di loro parteggiavano per Hillay. Di conseguenza il Corriere della Sera ha attribuito la sconfitta di quest’ultima,  secondo le profezie dei sondaggisti destinataria in esclusiva della quasi totalità del voto femminile,  alle “donne bianche non laureate”. Notoriamente costoro, appunto perché non laureate e bianche,  non leggono i giornali, al contrario di quelle nere e gialle, che per adeguarsi ai suggerimenti della stampa  e scegliere il candidato giusto secondo il politicamente corretto  non hanno bisogno della laurea.

   Tuttavia, a guardare bene, si stenta a credere che anche messi insieme bianchi benestanti e donne bianche non laureate sarebbero stati sufficienti, detratta la percentuale solidamente “democratica”, al successo di The Donald. Ecco allora intervenire con tutta l’autorevolezza di un intellettuale di più alto livello Michele Serra, che, trascurando titoli di studio e colore della pelle (oltre tutto fanno tanto razzismo fuor di luogo) rivela che  la vittoria del Trump “è sintomo solo in parte di nuovi disagi, e in parte molto cospicua della revanche anti-Obama del peggior vecchiume reazionario di una tragica, deprimente America bigotta, ignorante e maniaca delle armi”. In questo modo, oltre a ricollocare  la vicenda nella tradizionale spiegazione di ogni sconfitta “progressista”, si impedisce la conta, Difatti nessuno  può dire quanti siano i reazionari in un’America, evidentemente considerata  ancora oggi  non troppo diversa da quella di Nixon, perché  non solo  “bigotta e reazionaria”, esattamente  come il popolo inglese che ha votato per la Brexit, ma, per di più,  “fanatica delle armi”.

   Questa del resto la spiegazione che, almeno in Italia soddisfa di più i politici in quanto conferma loro convinzioni che hanno radici  remote nel tempo, ma che si sono molto rinforzate nell’ultimo quarto di secolo.  Per costoro una numerosa componente del popolo elettore, in genere definita maggioranza silenziosa (da ultimo anche peggio: “populista” e “di pancia” – in contrapposizione a cervello -), è irrecuperabile, assolutamente non in condizione di esprimere un voto illuminato dalla Ragione. La stampa e i mass-media non hanno colpe. Hanno fatto tutto quello che potevano, ma per l’appunto  erano destinati al fallimento, perché l’errore  sta nel suffragio universale. Sul Washington Post David Hursanyi si è espresso a chiare lettere sulla necessità di sbarazzarsi degli elettori ignoranti, perché “stiamo affidando i destini del nostro Paese e le nostre vite a milioni di irresponsabili di cui non possiamo fidarci”. Lo ha prontamente ribadito il progressista direttore della Stampa, il quotidiano della Torino illuminata, Massimo Gramellini: “La retorica della gente comune ha francamente scocciato. Una democrazia ha bisogno di cittadini evoluti che conoscano le materie su cui sono chiamati a deliberare”. Ancora più esplicito l’editorialista dell’Unità (ma con alle spalle collaborazioni con quotidiani della Destra) Fabrizio Rondolino: “Il suffragio universale comincia a rappresentare un serio pericolo per la civiltà occidentale”. Più involute per un residuo di prudenza, ma dello stesso segno e ben più pericolose per il soggetto da cui provengono le dichiarazioni di  uno dei massimi rappresentanti della politica italiana, l’ex-presidente Giorgio Napolitano, autorevolissimo ispiratore e maestro del presidente del consiglio Matteo Renzi e della sua riforma costituzionale, non per caso   centralista, autoritaria e antipopolare: “La vittoria di Trump è fra gli eventi più sconvolgenti della storia della democrazia europea e americana, e del suffragio universale che non è sempre stata una storia di avanzamento… ma anche foriero di grandissime conseguenze negative per il mondo”.

   Sulla stessa lunghezza d’onda i cittadini americani che subito dopo l’elezione d Trump e ancora oggi, manifestano, non di rado in modo violento e affrontando  le reazioni della polizia, per le strade di New York e delle maggiori città degli USA. Si tratta evidentemente di elettori consapevoli che non sono disposti  ad accettare il risultato uscito dal voto dei loro concittadini poco evoluti e irresponsabili.

   Fin qui il quadro della situazione. La fotografia. Gli indiscutibili dati di fatto.

   Se si vuole andare oltre per  tentare di immaginare  quanto avverrà nel prossimo futuro si entra nel campo delle ipotesi, anche di un irrazionale  nel quale tutto è possibile, inclusa l’ipotesi che gli sconfitti   stiano cercando i mezzi per bloccare il cammino di Trump, che al momento è solo “presidente designato” e verrà intronizzato fra due mesi, il 20 gennaio 2017. Dopo tutto non si può evitare di chiedersi  cosa motivi e quale fine perseguano  gli “elettori consapevoli” che sfilano tutte le sere per le strade americane, dal momento che il voto dei loro concittadini buzzurri non può essere modificato.  Qualcuno sospetta che si lavori per convincere i “grandi elettori”,  ai quali in definitiva spetta l’ultima parola, a non attenersi al mandato loro conferito  da un popolo irresponsabile. Altri, più radicali, e gli stessi per il caso non andasse in porto l’operazione “grandi elettori” prospettano addirittura la possibilità della soluzione  indubbiamente più estrema,  ma più volte applicata nella storia americana, dell’eliminazione fisica del presidente impossibile e inadeguato. Dopo tutto, come sostiene  con tutta la sua autorevolezza lo Washington Post, sull’altro piatto della bilancia  pesa il destino del nostro Paese e delle nostre vite.

    Un’ultima supposizione su quanto avverrà riguarda  anche (soluzioni drammatiche a parte)  l’Europa e le vite di noi europei, che in realtà non dovremmo entrarci per nulla, ma siamo necessariamente coinvolti da settant’anni di troppo impari e squilibrata “amicizia” con l’America.  Le élites europee, a cominciare dai burocrati di  Bruxelles, Junker in testa, hanno preso malissimo l’elezione di Trump, peggio ancora della Brexit. Una reazione stupida, perché per l’Europa sarebbe stata molto più dannosa una presidenza Clinton con la sua politica di prosecuzione della sovversione in Medio Oriente (in realtà su questo scacchiere anche Trump potrebbe rivelarsi pericoloso) e di avversione se non addirittura di aggressione alla Russia, che già tanti danni ha arrecato ai paesi europei. Tuttavia la presa di distanza dalle scelte del popolo americano  potrebbe rivelarsi utile se desse finalmente all’Europa  il coraggio di liberarsi del proprio status di provincia dell’Impero (oltre tutto pare che Trump non ci tenga nemmeno tanto) per prendere in mano il proprio destino.

 Francesco Mario Agnoli

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