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Il TTIP TRA DICHIARAZIONI DI FALLIMENTO E REALPOLITIK. Di Claudio Giovannico

È notizia di alcuni giorni fa il clamoroso e improvviso passo indietro di alcuni Paesi europei, tra i più importanti membri dell’UE, nei confronti dell’accordo commerciale di libero scambio tra Stati Uniti e Unione Europea, meglio noto con l’acronimo inglese di TTIP.

Quasi del tutto sconosciuto fino a poco tempo fa, il TTIP ha di recente assunto maggiore rilevanza e presenza sui mass-media tradizionali in seguito alla presa di coscienza di una fetta piuttosto consistente dell’opinione pubblica, dichiaratasi contraria alla positiva conclusione dell’accordo commerciale tra USA e UE in quanto ritenuto lesivo di alcune tutele fondamentali, per lo più proprie dei sistemi di welfare-state di matrice europea. Tuttavia, è bene sottolineare come, per altri versi, dall’altra sponda dell’atlantico il TTIP non goda altrettanto di buona reputazione, soprattutto tra la working class americana, impoverita dalla crisi e che vede nel patto transatlantico un’ulteriore minaccia.

Non desta più di tanto meraviglia che un accordo commerciale così importante e di così ampia portata possa incontrare il dissenso di tanti. Tuttavia, nonostante tali profondi contrasti al TTIP, difficilmente si sarebbe potuto pensare che si giungesse ad una fase di stallo, quale quella odierna.

I negoziati, già di per loro di difficile trattativa per via dell’ingente mole di affari in gioco, hanno sempre dovuto fare i conti con tutta una serie di problematiche legate a interessi pubblici, di natura nazionale e locale, che per ovvi motivi hanno condotto ad un naturale rallentamento dei lavori negoziali.

Ciò nonostante difficilmente avremmo potuto immaginare che dopo tre anni di trattative (ben quattordici i round negoziali) giungessero dichiarazioni ostili alla stipula dell’accordo, soprattutto da parte di chi, fino a poco tempo fa, aveva mostrato interesse ad una positiva conclusione dell’affare.

Dunque, come interpretare le recenti affermazioni di alcuni esponenti del governo tedesco e di quello francese (rispettivamente il vicecancelliere Gabriel e il ministro del commercio estero Fekl) in merito al fallimento del TTIP?

Sulle pagine di Domus Europa mi sono più volte occupato dell’argomento, evidenziando le numerose criticità e i pericoli insiti al TTIP, così come andava delineandosi nell’ambito delle trattative tra Stati Uniti e Unione Europea. Pertanto, non posso certo definirmi un sostenitore convinto del suddetto trattato, per tutta una serie di ragioni esposte in alcuni precedenti articoli e a cui rinvio per non risultare eccessivamente prolisso e allontanarmi dal discorso qui intrapreso. Eppure, ritengo che sia giusto non lasciarsi prendere da facili entusiasmi, così come mi è capitato di leggere su alcuni quotidiani nazionali, e giungere a conclusioni affrettate.

È bene invece cercare sin da subito di contestualizzare quanto accaduto, cercando di comprenderne le cause che si celano dietro un simile improvviso dietrofront di tedeschi e francesi.

Innanzitutto, va precisato che alla dichiarazione di fallimento del TTIP, per quanto ufficiale, del vicecancelliere e ministro dell’economia tedesco, Sigmar Gabriel, leader del partito socialdemocratico (SPD), hanno fatto immediatamente seguito le smentite del governo di Berlino e le affermazioni della Commissione europea, ferma nel ribadire la propria intenzione a proseguire le trattative. Pertanto, è sufficiente dare un rapido sguardo al calendario per capire cosa stia succedendo. Sostanzialmente siamo di fronte ad un confronto/scontro tra fazioni politiche, in competizione tra loro per le prossime elezioni in Germania, dove da un po’ di tempo a questa parte le quotazioni di Angela Merkel risultano essere in calo, a tutto vantaggio degli euroscettici di AfD (Alternative für Deutschland), contrari all’Unione Europea, negoziatrice del trattato transatlantico, e per relationem contrari al TTIP. Assistiamo, dunque, ad un classico tentativo da parte dell’SPD di recuperare i voti legati al malcontento per le recenti scelte politiche della Merkel ed evitare un’altra batosta elettorale dopo quelle recenti.

Medesimo discorso vale per la Francia, anch’essa prossima al periodo delle elezioni presidenziali, in un momento storico che la vede poco vicina a posizioni filo-europee, complice soprattutto una situazione interna connotata da uno scetticismo per le istituzioni di Bruxelles, legato in particolare ai molteplici attentanti terroristici di cui il Paese è stato vittima nell’ultimo periodo.

E, ancora, sarebbe sbagliato non considerare le imminenti elezioni negli Stati Uniti, dal cui esito dipenderà per forza di cose il futuro andamento dei negoziati e dove di recente sia Trump che la Clinton hanno mostrato, seppur per ragioni e con toni diversi, dubbi sull’andamento delle trattative relative al patto transatlantico.

Il quadro internazionale mostra con evidenza, pertanto, che i motivi dell’attuale brusca frenata sul TTIP siano da imputare in buona parte a ragioni di natura propagandistica interna ai singoli Stati. Terminate le consultazioni elettorali, soprattutto negli USA e in Germania, è molto probabile che le trattative riprendano e che possano conoscere persino una forte accelerata. Sempre che il voto, americano e tedesco (e anche quello francese), non ci riservino altre sorprese.

Claudio Giovannico

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