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LIBIA FRA ATTACCO MILITARE E DIPLOMAZIA. di F.M. Agnoli

L’avanzata dell’Isis in Libia ha eccitato a Roma insoliti spiriti bellicosi mai più visti dai tempi del balcone di Palazzo Venezia. A smorzarli ha prontamente provveduto il presidente del Consiglio Renzi, fautore, in perfetta consonanza con l’Ue e l’Onu, di una soluzione politica.
Due opinioni contrapposte, unite da una comune stupidità.
Un’azione militare che non abbia il carattere di una semplice spedizione punitiva, come quella dell’Egitto contro i tagliagola dell’Isis, presuppone non solo preparazione e precisi piani bellici, ma anche e soprattutto un progetto. Andare a combattere in Libia per fare cosa? Ristabilire una repubblica democratica (affidata a chi? a quale della miriade di tribù che si contendono il potere?) o la monarchia del Senusso? Garantire l’unità oppure favorire le ambizioni indipendentistiche anti-tripoline della Cirenaica? Andarsene subito dopo la vittoria (?) oppure prevedere un’occupazione di lungo periodo (indispensabile se non si vuole un immediato ritorno al caos)?
Ancora più stolta l’idea della soluzione politica in contrapposizione a quella militare. La soluzione politica presuppone un’azione diplomatica, quindi incontri, trattative, concertazioni. Con chi? Certamente non con l’Isis e il Califfato, che non sono riconosciuti a livello internazionale e certamente non possono assumere il ruolo di legittimi e, soprattutto, credibili interlocutori. E’ vero, esiste anche un governo riconosciuto a livello internazionale, ma è talmente efficiente che non è nemmeno riuscito a tenere sotto il proprio controllo la capitale, Tripoli (dove si è insediato un governo islamista, che ora passa per moderato, ora per estremista), ed è stato costretto a ritirarsi a Tobruk.
Comunque nessun dubbio che la scelta cadrà sulla soluzione politica, che agli occhi di tutti gli occidentali (europei in testa, nonostante siano i più direttamente minacciati) ha il grande pregio di non richiedere decisioni concrete, né costosi e impegnativi movimenti di truppe (al massimo si muoveranno qualche ministro e qualche diplomatico). Insomma un mare di chiacchiere e un nulla di fatto. L’ha capito perfettamente il generale Al-Sisi, che, desideroso di vendicare i lavoratori egiziani barbaramente uccisi dai tagliagole perché cristiani, prima ha bombardato il quartier generale dell’Isis, poi, anche per evitare ritorsioni ai danni di altri egiziani presenti in Libia, senza chiedere il permesso a nessuno né aprire “tavoli” o trattative preliminari, ha inviato a Derna reparti di truppe speciali a fare una buona retata precauzionale di jihadisti.
Ancora una volta rais efficienti e democrazie imbelli. A Roma non resta che sperare che il Cairo le tolga le castagne dal fuoco.

Francesco Mario Agnoli

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