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SPLENDORI E MISERIE (DIGITALI) DELL’ARCHITETTURA EUROPEA. Di Pietro Puliti

“Usi a copiar tacendo”! Urgono parafrasi di militare e belligerante memoria, perché in un certo senso è di guerra che stiamo parlando. Non la guerra dei cannoni e delle sciabole, la quale ha pure vissuto di tessiture romantiche di innegabile significato, ma una guerra molto più temibile: la guerra al bello, all’originalità creativa, all’ordine estetico delle cose. Una guerra spirituale, mistica, ancor prima che tecnica. D’altronde, l’architettura è innanzitutto opera dello spirito, atto sacro con cui l’uomo riflette la potenza creatrice naturale e, in prima istanza, del suo Creatore. Essa può innalzare l’umano a realtà superiori, ma anche affossarlo ed appiattirlo sulle sterili superfici della banalità e del profitto. Grandioso potere quello dell’architettura, immeritatamente e tragicamente ignorato da molti, astutamente e spesso insidiosamente padroneggiato da pochi. Non c’è modo più fruttuoso per inaridire un popolo, e meglio controllarlo, che impoverirne gli stimoli figurativi, non per ultimo quello architettonico. Un’architettura deforme e banale, abbruttisce l’uomo stesso e ne limita gli orizzonti costringendoli entro la menzogna di una grigia ordinarietà. Chi vive il bello al contrario, financo abitandolo, subisce quasi inconsapevolmente una sorta di irrobustimento spirituale, cogliendo nell’habitat costruttivo il significato armonioso del proprio vivere e dell’ideale per cui sacrificarsi. Le costruzioni prodotte da una civiltà sono un termometro di innegabile precisione per misurarne lo stato di salute. E a giudicare quelle che attualmente (e forse da troppo tempo) vengono realizzate in molte parti d’Italia, per rimanere entro i confini di patria, l’esigenza di una cura immediata si percepisce anche all’occhio clinico meno esperto. Nemmeno i più rivoluzionari esponenti del Movimento Moderno, che nel Novecento hanno provocatoriamente preteso di sconvolgere i paradigmi del costruire, sono mai riusciti (o mai hanno voluto) a recidere di netto quel sottile filo che senza soluzione di continuità li congiungeva, volenti o nolenti, alla tradizione architettonica europea, alla quale essi non hanno potuto non riconoscere il sacro e demiurgico debito della loro pretesa aspirazione a scalare le vette di una “nuova” volontà creativa.  Oggi, essi stessi hanno lasciato spazio ai molti epigoni di uno sciatto se non lugubre postmodernismo, sempre più intenti ad abdicare all’uso delle proprie facoltà intellettive e assai disposti a permettere che studio e ispirazione cedano volontariamente il passo alla ben più misera scopiazzatura. Oggi l’architettura postmoderna scimmiotta spaventosamente, e fin qui, nihil sub sole novi, si potrebbe dire. L’Ottocento neoclassico, romantico ed eclettico, ha vissuto di copie ed imitazioni. Opere molto spesso retoriche, certamente, ma quasi mai prive di una certa riflessione estetica e spirituale, nella volontà di fare dell’ispirazione alle forme classiche un atto creativo di indiscusso valore. In ogni epoca, quando l’architettura europea si dimostrava incapace di creare un nuovo stile, sempre i maestri del costruire si sono rifatti alle forme classiche, porto fedele a garanzia di sicuro approdo. E se la dimensione sacrale del Medioevo ha prodotto stili profondamente innovativi come il Romanico e il Gotico, oggi la vuotezza di contenuto dell’epopea nichilista e consumistica non sembra in grado di trovare alcun sostituto degno di attenzione ai seggi vacanti del gusto e della sapienza costruttiva. Il Novecento delle avanguardie e delle grandi aspirazioni sembrava avesse inaugurato una nuova stagione del pensiero architettonico, laddove le monumentali e classicistiche opere di Speer e Piacentini dialogavano in una feconda controversia con quelle provocatorie degli esponenti del Movimento Moderno.  In entrambi i casi, anche da fronti politici diametralmente opposti, scaturiva inarrestabile una spinta architettonica rivoluzionaria e conservatrice al tempo stesso, inverantesi nella volontà di sintesi tra il nuovo e l’antico, di perpetuare un legame profondo con la cultura radicata nei miti e nei simboli dei popoli di un continente, fornendo a una esteriore corazza di marmi e laterizi, un possente cuore di acciaio e cemento. Il Novecento europeo, congedandosi celermente dai fasti leggiadri della Belle Epoque e schiudendosi al grondare di sangue delle trincee, inaugurava ben presto una nuova tradizione costruttiva che alla coscienza storica delle eredità nazionali ha saputo accompagnare lo stile di una forza giovane e rinnovatrice. Qualcosa è andato storto nell’evoluzione storica che ha partorito il postmoderno. Non si intende in questo articolo analizzare i processi di decadenza estetica e valoriale che, a partire dal secondo dopoguerra, hanno minato profondamento le capacità espressive dell’architettura europea. Ci si limita invece a constatarne un aspetto pratico che indubbiamente ha fornito al decadimento costruttivo lo strumento principe per realizzare l’attuale dilagante povertà espressiva.  Strumento facilmente rintracciabile nell’introduzione ubiquitaria del supporto digitale al processo realizzativo del concetto architettonico. L’industrialismo tecnologico detiene indubbiamente il primato di aver introdotto nel panorama produttivo in genere, e dunque anche architettonico, il paradigma della copia su larga scala. E il numero di copie, legge di mercato tragicamente implacabile, è inversamente proporzionale al valore dell’opera riprodotta. Eppure, anche la copia ha da sempre vissuto in una aristocratica nicchia ben distinta dalla volontà tecnologica dei mercati. I grandi falsari del passato furono a loro modo artisti virtuosi, che alla propria opera premettevano un costante addestramento e un’indispensabile riflessione estetica. Ad onor del vero, non di copia dovremmo parlare, bensì di imitazione. Imitare può essere anch’esso processo creativo, che non prescinde da volontà di studio e ricerca, ma può vantare una singolare originalità e si richiama a valori ciclicamente ispiranti. Gli uomini che copiano invece, rifiutano la fatica del pensare, rifuggono qualsiasi disciplina e non si interessano ad alcun valore se non quello del profitto economico. Ecco, la copia ha fatto irruzione nell’architettura e oggi, anche per copiare, si demanda il lavoro alla macchina.  L’architettura produce dialogo, ma dall’osservazione di una moderna architettura digitale difficilmente scaturisce dialogo, poiché esso richiede un senso; magari provocatorio, ma mai privo di un contenuto organico e razionale. Oggi all’architettura, e all’arte in generale, manca l’argomento, manca un pensiero da comunicare, poiché all’artista, che dal pensiero plasma la sua creazione, si sono sostituite macchine incapaci di pensare. Il risultato sono elaborazioni digitalizzate e sterili, nelle quali l’unico tratto della partecipazione umana al processo creativo sono gli input inviati al computer nel rispetto di protocolli sacrificanti. Architetture dai connotati fantascientifici, disarticolate ed estranee al contesto in cui si inseriscono, incapaci di riflettere alcuna identità. E se è proprio la nostra identità che abbiamo abbandonato, da quella dobbiamo ripartire; dalle radici spirituali della nostra europeità, che è greca e romana prima ancora che cristiana. All’Europa dei templi e delle cattedrali, dei castelli e delle città, urge il bisogno di nuovi figli che non ignorino più le proprie origini, e che si mettano al suo servizio con rinnovato spirito di sacrificio e volontà creativa. Intere generazioni devono essere rieducate al Bello, al Buono, al Vero, e ciò che manca all’architettura di oggi è proprio l’autorevolezza pedagogica con cui perseguire tale rieducazione. All’architettura europea spetta il merito di aver contribuito alla trasmissione di un prezioso patrimonio etico ed estetico, sapientemente accolto e rielaborato dai grandi costruttori di tutte le epoche, fino al secolo scorso. Se l’avvento della tecnologia digitale ha apparentemente spezzato questa continuità, spetta a noi il dovere di riaffermare il primato del genio umano, scollandolo dall’etica del profitto e dell’interesse finanziario. E sarebbe assurdo negare che l’imprescindibile punto di partenza per un’opera che oggi appare tanto impervia, non può che coincidere col ritrovamento di quei valori, che un autore caro a chi scrive già indicava quali orientamenti spirituali all’interno del divenire storico. Se latitano i valori, è perché manca un ideale. Non ammetterlo ci ridurrebbe alla stregua di semplici conservatori o reazionari. L’architettura non se ne fa nulla del piatto conservatorismo. L’architettura conserva, ma per ricreare. L’architettura pretende d’appartenere a una fiera aristocrazia, ma per essere indomabilmente rivoluzionaria. Nasce dal genio di pochi, per divenire patrimonio di molti. Della sua bellezza si fa vanto, ma sa bene che sarebbe una bellezza sterile se di essa non potesse godere la moltitudine delle genti. L’architettura desidera innalzare le anime al loro Creatore, riconnetterle a una bellezza primigenia e di edenica memoria. Per questo essa non può mai essere fine, ma solo strumento. L’elemento sacro e tradizionale irrompe nel cuore della modernità declinandosi sempre nel contesto storico-culturale contemporaneo. Il tempio greco, rigorosamente geometrico, è la pietra della memoria di una platonica età dell’oro; la guglia gotica, germogliando dalla terra del Medioevo cristiano, si staglia indomita nel cielo quasi a sfiorare le dimore celesti. E lo stesso grattacielo di acciaio e cemento, così altero e superbo nella sua presunzione tecnologica, non è altro che manifestazione riflessa di una potenza creatrice più alta. Da un ordine interiore la materia si plasma a dar vita a un ordine esteriore, ma se interiormente nessun ordine risponde all’appello, ecco che la materia informe si prostra tragicamente al servizio dell’oro e del caos. Non lo dimentichi chi costruisce: se guidato dai nobili intenti d’Amore e di Giustizia, egli è depositario di potentissima arma nella perenne guerra del sangue contro l’oro.

Duccio non si fe’ con usura

né Piero della Francesca o Zuan Bellini

né fu «La Calunnia» dipinta con usura.

Pietro Puliti

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