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POPOLO E FORZE ARMATE. Di G. Colonna*

 

Nel momento in cui si parla di ristabilire la ferma obbligatoria, o di ampliare quella volontaria, nel nostro ed in altri Paesi europei, è forse il caso di tornare sulla questione, un tempo molto discussa, del rapporto fra popolo e forze armate.

Il lettore porterà pazienza se dovremo ricorrere ad una rapida panoramica storica, per poi arrivare all’attualità della questione.

Dalla guerra regia alla guerra totale

scena storica

Sappiamo tutti che, fino al XVIII secolo circa, i cosiddetti eserciti regi erano composti da truppe volontarie, spesso reclutare su base quasi feudale: essi finivano quindi per essere composti da una singolare miscela di ufficiali per lo più di provenienza aristocratica e di una truppa reclutata negli ambienti rurali o socialmente emarginati, quali, per usare una espressione marxiana, i “sottoproletari” del tempo.

Con l’enfasi nuova che la Rivoluzione Francese pose sul concetto di nazione e sul principio dell’eguaglianza, nonché sulla necessità immediata di combattere le ripetute coalizioni contro-rivoluzionarie, il ricorso alla levée en masse fu del tutto inevitabile.

La disponibilità di soldati in numero mai visto nei secoli precedenti in Europa, ampiamente sfruttata da un certo Napoleone Buonaparte, portò a quella che possiamo chiamare la guerra clausewitziana, dal nome dell’alto ufficiale e intellettuale prussiano Karl von Clausewitz, che per primo la teorizzò nel celeberrimo trattato Vom Krieg (Della Guerra) del 1832, un testo classico ancora oggi studiato nelle accademie militari.

Si comincia così a configurare, nel corso del XIX secolo una prospettiva di guerra totale, il cui scopo strategico diviene l’annientamento della forza militare del nemico, non più solamente la sua sconfitta sul campo: la potenza delle armi da fuoco (fucili a ripetizione, artiglierie, poi mitragliatrici, ecc.) comporterà un rateo assai alto di perdite fra i combattenti, che sconvolse Napoleone III a Solferino, ma divenne assai più impressionante nella Guerra civile americana, forse la prima guerra totale della storia contemporanea — anche per il coinvolgimento delle popolazioni civili ed il livello di distruzione portato nei territori nemici.

Guerra industriale

Guerra totale che comincia ad avvalersi in modo crescente dei progressi esponenziali delle “rivoluzioni industriali”, sia quanto sviluppo tecnologico che a capacità produttiva. Ecco il concetto di una guerra che punta al maximum slaughter at minimum expense (“massima strage con minimo costo”), che diventerà la caratteristica di fondo dei grandi conflitti mondiali del XX secolo.

Il fatto poi che tutte le potenze cosiddette “civilizzate” dispongano, sia pure con caratteristiche talvolta diverse, del necessario potenziale tecnico e produttivo, porterà a quella guerra di logoramento che fu tragicamente tipica della Prima Guerra mondiale, ma dalla quale non sono stati esenti nemmeno conflitti contemporanei, come la dimenticata guerra Iraq-Iran (1980-1988), e, per certi versi almeno, la stessa presente guerra russo-ucraina.

Sono anche conflitti che si distribuiscono sul piano storico in successione continua, come guerre a catena, poiché non portano mai ad una pace stabile, ma pongono le premesse di ulteriori conflitti: la pace di Versailles crea il clima necessario e sufficiente allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale; questa a sua volta sfocia immediatamente nella Guerra Fredda; essa a sua volta, per vie di cui abbiamo parlato altrove, porta a guerre come quella nella ex-Jugoslavia e alla stessa già citata guerra russo-ucraina.

In tutte queste guerre, uno sviluppo tecnologico sempre più distruttivo (fino alle armi nucleari coi loro vettori intercontinentali) si accompagna al coinvolgimento sempre più indiscriminato ed esteso della popolazione civile (bombardamenti di Dresda, Amburgo, Hiroshima, ecc.): il che comporta enormi perdite anche fra i non combattenti, oltre ad immense distruzioni di materiali, infrastrutture, risorse.

Guerre asimmetriche

Non deve sorprendere, poiché l’ironia della storia è sempre in agguato, il fatto che, accanto a questo tipo di conflitti altamente industrializzati, si materializzino guerre di un tipo apparentemente del tutto diverso: conflitti asimmetrici, come è diventato di moda chiamarli, nei quali forze combattenti poco o per nulla “industrializzate” si contrappongono agli eserciti “industriali” dei Paesi più ricchi.

Conflitti che per di più sono stati coronati da incredibili successi: Algeria, Vietnam, Afghanistan sono quelli che chiunque può andare ad approfondire – spesso coincidendo con il fenomeno della decolonizzazione e quindi con l’affermazione, in questo caso in armi, dei paesi del cosiddetto Terzo mondo.

Si vincono queste guerre solo grazie ad un radicamento profondo nel proprio popolo; grazie alla presenza di una ideologica unificante (politica o religiosa); mediante anche la spietatezza dei metodi adottati; caratteristiche a cui si contrappone viceversa la scarsa motivazione e lo scarso sostengo dell’opinione pubblica nei Paesi sconfitti, in genere appartenenti al mondo occidentale (Francia, Stati Uniti, NATO).

Lo stesso conflitto israelo-palestinese, considerato in questo senso, e per quanto ciò possa apparire scandaloso a qualcuno, ha confermato queste caratteristiche dei conflitti asimmetrici: dal momento che, nonostante l’enorme differenza di potenziale tecnologico e militare fra lo Stato di Israele e le varie ondate della lotta palestinese, dalle intifade fino a quella armata di Hamas, non si può dire che Israele abbia mai finora riportato quella vittoria decisiva in grado cioè (clausewitzianamente) di annientare l’avversario e porre quindi fine al conflitto.

Eserciti professionali

Se guardiamo ora al panorama  che ci riguarda più da vicino, ci accorgiamo che i popoli occidentali per lo più hanno visto i loro eserciti trasformarsi, dopo la Seconda Guerra mondiale, in eserciti di professionisti, di tecnici cioè della guerra. Nella stragrande maggioranza dei Paesi occidentali, infatti, le cosiddetta coscrizione obbligatoria è stata abbandonata.

Questo per una serie di ragioni: costo eccessivo rispetto alla qualità; focalizzazione sulla superiorità tecnologica, in particolare aero-navale; ridotto prestigio sociale della carriera militare presso le giovani generazioni; identificazione delle forze armate con il militarismo, opinione per decenni ribadita dal mondo intellettuale occidentale; obiezione di coscienza e servizio civile sempre più diffusi; scarsa presa delle idee di patria e nazione presso la gran massa dei giovani occidentali, orientati ad una visione del mondo globalizzata, nella quale l’identificazione collettiva passa per fenomeni ben diversi, come musica e sport, per fare esempi ben noti.

La carriera delle armi, quindi, ha finito per diventare, un po’ come per le ricordate guerre regie del XVIII secolo, un percorso professionale appetibile soprattutto per figli di militari, per persone bassamente scolarizzate, in difficoltà nell’inserirsi nel mondo del lavoro, per gli appassionati dello spara-spara, oppure per sacche di “sottoproletariato”, come per molti neri negli Stati Uniti d’America, esempio documentato anche statisticamente.

Mobilitazione?

Questa difficoltà a inserire efficacemente i giovani negli eserciti è testimoniata anche dall’alto numero di diserzioni o allontanamenti senza permesso di molti soldati reclutati coercitivamente nella stessa Ucraina: un dato di cui si parla poco, ma che ha assunto dimensioni importanti, raggiungendo gli oltre 230mila “dispersi senza permesso” e i 54mila disertori veri e propri – un fatto che ovviamente sta pesando molto sul campo di battaglia.

Sembra quindi tramontare la possibilità di raggiungere efficacemente quella mobilitazione totale di cui aveva parlato Ernst Jünger negli anni ‘30 del XX secolo, come insegnamento tratto dalla Prima Guerra mondiale: la stessa Federazione Russa, infatti, non ha ancora mai proclamato una mobilitazione generale delle sue forze armate, cosa che lo “sfortunato” Evgenij Prigožin rimproverava a Putin, ritenendo che sarebbe stato un provvedimento necessario per ottenere una vittoria decisiva sull’Ucraina.

La tendenza che assumono gli attuali conflitti va dalle guerre asimmetriche o a “bassa intensità” alle guerre di logoramento stile 1914-1918: il tutto in un contesto di continua ricerca di soluzioni tecnologiche rivolte, nel primo caso, ad avere ragione una volta per tutte delle forze non convenzionali nemiche; nel secondo, ad arrivare ad una sorta di “battaglia decisiva” alla Napoleone / Clausewitz (il primo le ottenne davvero; il secondo si limitò a teorizzarle…).

Quali eserciti?

Sistemi di guerra che oggi vanno dalla resistenza armata fino ai missili nucleari intercontinentali pongono ai Paesi europei, in particolare all’Italia, la questione del rapporto fra popolo e forze armate.

Una questione che oggi si affronta in modo semplicistico e frettoloso, strumentale al punto di vista, storicamente assai discutibile, di una presunta volontà russa di aggredire l’Europa: visione che fa finta di ignorare quanto la marcia verso est della NATO, come abbiamo mostrato altrove, ha reso alla fine inevitabile l’atto di forza della Russia contro l’Ucraina.

Scontro che per altro avviene oggi a tutte spese del popolo ucraino, al quale il sostegno finora fornito dall’Occidente è stato in mezzi e istruttori, ma non in combattenti. L’Italia ha preso parte a questo sostegno materiale, in dipendenza dalle volontà della NATO, poiché è davvero ridicolo parlare di una minaccia russa nei confronti del nostro Paese.

Ed è proprio questo legame dell’Italia con la NATO che ha strutturalmente modificato, fin dalla nostra adesione nel 1949, il rapporto delle forze armate con il nostro popolo: basti pensare al tributo di sangue che innocenti cittadini italiani hanno versato alle strategie di condizionamento politico dell’Alleanza Atlantica (dallo stragismo a Ustica).

Ma anche al fatto che i nostri soldati sono intervenuti all’estero in conflitti, dalla ex-Jugoslavia all’Afghanistan, che nulla hanno mai avuto a che vedere con i nostri interessi come Paese sovrano: mentre, laddove in contesti esteri i nostri interessi erano palesi e legittimi, come nel caso della Libia, sono stati proprio i cosiddetti “alleati” a negarci un ruolo sia diplomatico che militare.

Esercito del popolo

Solo nel momento in cui una nuova, effettiva indipendenza dell’Italia ci consentisse l’uscita dall’Alleanza Atlantica, il nostro Paese potrebbe ripensare il rapporto fra popolo e forze armate.

Sarebbe possibile farlo qualora ad esse fosse demandata proprio la tutela di quella indipendenza, basandosi sui principi della difesa territoriale, che comprendono anche difesa civile e opposizione non violenta (non cooperazione, boicottaggio, resistenza passiva, ecc.), in presenza di un eventuale invasore: in questo modo potrebbero interagire e venir conciliati anche i diversi orientamenti che l’uso delle armi legittimamente pone alle coscienze individuali.

Questa sarebbe anche una prova evidente di effettiva coerenza dell’Italia rispetto al tanto sbandierato articolo 11 della nostra carta costituzionale: articolo che, almeno dall’epoca del nostro intervento armato nel conflitto della ex-Jugoslavia, non ha più la benché minima consistenza, viste le decisioni assunte dalle classi dirigenti italiane dei più diversi orientamenti partitici, nel corso degli ultimi trent’anni.

La riorganizzazione delle nostre forze armate derivante da questa impostazione, comporterebbe sicuramente nel tempo costi assai inferiori rispetto a quelli attuali, liberando risorse significative per la vita civile dell’Italia.

Toglierebbe così anche spazio a quelle lobby politico-militar-industriali che da decenni tanto si prodigano per porre le molteplici elevate capacità dell’Italia al servizio di strategie progettate e sviluppate nell’interesse di Paesi terzi: facendo dell’Italia in sostanza un Paese mercenario.

*Tratto dal sito www.clarissa.it

Si rinrazia la Redazione di Clarissa.it per la collaborazione.

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