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Sui sindacati. di F.M. Agnoli

   Una crisi economica che si protrae ormai da sei anni e le persistenti difficoltà a superarla non possono non rendere quanto meno dubbiosi sulla validità delle politiche liberiste e, comunque, hanno irreparabilmente distrutto la fiducia sull’efficienza della mitica “mano invisibile del mercato”. Difatti nessuno si azzarda più a parlarne.

   Ciò non toglie che, nonostante il preteso milione di partecipanti, manifestazioni come quella organizzata dalla CGIL a Roma risultino, per usare un’espressione utilizzata da un altro relitto del tempo che fu, quanto meno imbarazzante. Davvero ha colto nel segno Renzi col paragonare l’iniziativa della coppia Camusso-Landini a quella di chi crede che per fare funzionare l’iPhone occorra l’antiquato gettone.

   Che i sindacalisti continuino a rimpiangere i tempi nei quali, manovrando la piazza, godevano del potere d’interdizione e spesso addirittura dettavano la politica dei  governi, di destra o sinistra che fossero, è umanamente comprensibile. Nessuno rinuncia volentieri al potere. Ugualmente (e ancor più) comprensibili e giustificabili  i cassintegrati e gli esodati. Questi, in mancanza di meglio, come chi rischia di annegare si aggrappano alla prima tavola che le onde burrascose gli portano  vicino. Si tratta tuttavia di strumenti superati e inefficaci, come del resto lo sarebbe il prospettato sciopero generale. Il centro del vero potere, soprattutto per quanto riguarda le politiche economiche, non si trova più a Roma, ma a Bruxelles, a Francoforte e magari a Berlino. Uno sciopero in Italia, anche se vi partecipassero milioni di lavoratori attivi (e non di pensionati, cassintegrati ed esodati) non farebbe scuotere nemmeno un orecchio ai signori che abitano in quei costosi palazzi. Forse addirittura se ne rallegrerebbero come di un ulteriore passo verso l’intervento della “troika” nella penisola e l’applicazione delle sue ricette greche.

   D’altra parte non basta protestare. Occorre proporre un rimedio e questo non può certo consistere  in un ritorno alle ricette economiche alla Kinsey, almeno nella disastrosa versione applicata in Italia negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, vera causa del gigantesco debito pubblico  e, in via indiretta (ma nemmeno tanto), di vari altri mali che gravano sull’Italia, a cominciare dall’ingorgo e dagli inaccettabili tempi della giustizia civile.

    Si potrebbe replicare che anche la critica a scioperi e manifestazioni di piazza risulta inutile se non si indicano diverse e migliori strade da percorrere. E’ vero, la situazione è tale che qualunque cosa si faccia si è a rischio di sbagliare. Tuttavia resta legittimo far notare tanto a chi governa quanto a chi si è assunto il ruolo dell’opposizione l’inutilità (meglio la dannosità) di ogni politica e di ogni rimedio che non tengano conto dell’elemento essenziale e determinante: la posizione e i conseguenti, stringenti vincoli dell’Italia nell’Unione europea.

Se si vuole prescinderne, o ci si adopera per eliminarli o cambiarli oppure meglio astenersi.

Francesco Mario Agnoli

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