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NOI E LORO: QUANDO FU TRACCIATO IL CONFINE. – PARTE 1. Di Arianna Parissi.

Lo impariamo alle Scuole Elementari: le terre emerse sono suddivise in sei continenti. Poi però andiamo a verificare la nozione su un mappamondo e i conti non tornano: Europa e Asia non sono separate da un oceano e neppure da uno stretto artificiale; a unirle non è la sottile striscia di terra di un istmo, che darebbe una spiegazione fisica della loro percezione come due masse continentali distinte. No; convenzionalmente, il confine è tracciato da una catena montuosa, gli Urali, dal fiume omonimo Ural e da due mari, il Mar Nero e il Mar Caspio, talmente interni che uno dei due è tecnicamente un lago. Dal punto di vista fisico, il continente è uno solo: l’Eurasia. Il confine che lo divide è stato tracciato dall’uomo, come si fa con i confini politici, e come questi è garantito dal riconoscimento comune.

E se è così, quali sono le basi di questa divisione? Chi tracciò questo confine e quando?

La risposta alla prima domanda è piuttosto un cosa che un chi e fu individuata immediatamente dai testimoni di tale evento storico: le Guerre Persiane. Lo scontro ebbe una risonanza che lo trasfigurò fino ad attribuirgli una portata quasi epica, tanto che si trattò dell’unico episodio realmente accaduto ad essere stato ispirazione per una tragedia, genere che traeva normalmente le proprie trame dal mito. Si tratta dei Persiani di Eschilo, rappresentati nel 472 a.C., appena sei anni dopo la presa di Sesto, che aveva sancito la vittoria della Lega degli Héllenes (Greci). Sul pubblico contemporaneo, lo spettacolo non dovette avere forse un impatto molto diverso da quello di Roma Città Aperta sugli spettatori del 1945: entrambe le opere rievocano il pericolo concreto, scampato da poco e per poco, di vedere il proprio popolo asservito allo straniero e cancellata la propria civiltà. Con i Persiani, Eschilo e i suoi spettatori tirano un sospiro di sollievo e, allo stesso tempo, esultano per la vittoria insperata e inattesa.

 

CORO: Così tutta la Grecia si sarebbe inchinata al Re.

REGINA: Tanto grande è la moltitudine dei loro guerrieri?

[…]

REGINA: E chi guida quel gregge? Chi è signore dell’esercito?

CORO: Hanno fama di non essere schiavi a nessuno, di non obbedire a nessuno.

REGINA: E come possono resistere agli assalti nemici?

CORO: Tanto che hanno distrutto l’esercito di Dario, grande e magnifico!

 

Dai versi riportati, traspare l’evidente incredulità sia del dignitario che riveste funzione di corifeo, sia della regina madre Atossa. Lo stesso modo in cui la frase è formulata la rende in qualche modo illogica: sembra quasi che l’esercito greco non abbia un comandante in capo, il che lo trasformerebbe in una massa disorganizzata e scoordinata, assolutamente non in grado di combattere, figuriamoci vincere.

È proprio questa, invece, la differenza che separa irrimediabilmente οἱ Ἥλληνες (hoi hellenes) da οἱ βάρβαροι (hoi barbaroi), molto più della lingua, che, anzi, condivide le radici indoeuropee.

La cultura persiana veicola una Weltanschauung fortemente gerarchizzata e piramidale. Al vertice, il Gran Re è il rappresentante in terra di Ohmarzad, l’ultimo e unico garante dell’ordine in tutte le terre dello sterminato impero, del quale una fitta rete di satrapi e ispettori gli garantisce il completo controllo. Al di sotto degli organi di governo, la società è sostanzialmente massificata, composta da milioni di sudditi privi di voce e di qualunque altra opzione che non sia obbedire al Gran Re e combattere per lui. A livello pratico vi sono, ovviamente, differenze che delineano una gerarchia interna di fatto. Il Gran Re non riuscirebbe mai a governare un impero tanto vasto ed eterogeneo se tutti i milioni di suoi sudditi fossero praticamente in una condizione di parità fra loro. Ciò non toglie, comunque, che queste posizioni siano da lui arbitrariamente assegnate e che sempre a lui spetti il potere insindacabile di toglierle, allorquando lo ritenga opportuno.

Si può presumere che questo sistema di governo sia necessario ad uno Stato multietnico e multiculturale, per tenerlo unito e farlo marciare compatto verso un solo obiettivo comune, o meglio, verso l’obiettivo del Re. Le πόλεις (poleis “città”) greche, al contrario, si caratterizzano per la loro esasperata divisione e pluralità: di dèi, di dialetti, di monetazioni, di forme di governo più volte modificate e aggiustate. Tutti fattori che portano, per converso, ad un’estrema compattezza della cittadinanza della singola πόλις (polis “città”), ma anche la ragione dei frequenti scontri fra di esse.

Rispetto ai Persiani, i Greci hanno mantenuto importanti elementi culturali indoeuropei, primo fra tutti il politeismo, tanto che un proverbio ellenico recita: “Tutto è pieno di dèi”.[1] Nel rapporto instaurato con il divino prende sostanza un’altra delle differenze profonde tra l’Europa e l’Asia, che tracciò e traccia ancora il confine tra i continenti. In Asia, o perlomeno alle sue propaggini occidentali, non si svilupparono, né mai avrebbero potuto svilupparsi, la filosofia, il teatro, la politologia di cui Polibio e Cicerone furono antesignani.

È però in Erodoto che si trova il primo tentativo di uno studio comparato tra le forme di governo, espresso nella forma del dialogo, il genere letterario che più tardi proprio i Greci perfezioneranno come il miglior mezzo per mettere per iscritto la verve dialettica propria della civiltà europea. Nel libro III delle Ἱστορίαι (Historiai), il logografo riporta, usando la tecnica, comune all’epoca per il genere, della riscrittura artistica, un dibattito fra tre dignitari persiani in merito a quale sia la miglior forma di governo. Prende la parola per primo Otane, che considera la monarchia un arbitrio. Le sue parole possono essere intese come una sintetica descrizione dei caratteri essenziali comuni ad ogni dittatura: egli parla in linea generale, ma non è difficile, per il lettore del XXI secolo, associare questo ritratto ai nomi di Hitler o Stalin, o magari riconoscervi, in questi giorni convulsi, i tratti che Zelenskyy attribuisce a Putin.

Otane consigliava di introdurre fra i Persiani il governo popolare, adducendo queste ragioni: “Io sono del parere che non debba più uno di noi farsi padrone assoluto, poiché non è cosa né bella né buona. Voi, infatti, avete visto fino a qual punto è arrivata la tracotanza di Cambise e avete sperimentato anche la prepotenza del Mago. E come potrebbe essere un governo ben ordinato il dominio d’un solo, se egli può fare quello che vuole, senza rendere conto ad alcuno? Poiché anche l’uomo migliore del mondo, investito di questa autorità, si troverà al di fuori del consueto modo di pensare. Per l’abbondanza dei beni che lo circondano, mette radici in lui l’orgoglio, mentre in ogni uomo è radicata per natura l’invidia fin dalla prima origine e quando uno possiede questi due vizi, racchiude in sé ogni perversità: infatti molte ed empie azioni egli compie, perché gonfio d’orgoglio, altre perché roso dall’invidia.

Eppure, il tiranno almeno dovrebbe essere libero dall’invidia, dato che possiede tutti i beni; invece, di fronte ai suoi concittadini dimostra tutto il contrario: in verità, suole invidiare i migliori che ancora restano e sono in vita. Si trova a suo agio con i peggiori fra i cittadini e non c’è chi lo superi nell’accogliere le calunnie.

La più assurda delle istituzioni, poiché se lo lodi con moderazione, si offende perché non è troppo onorato; se gli fai una corte assidua, si adira perché ti ritiene adulatore. Ma il più grave è quello che sto per dire: egli sconvolge le istituzioni patrie, fa violenza alle donne e manda a morte senza regolari giudizi. […]”[2]

Il dibattito prosegue con gli interventi di Megabizo e del Gran Re Serse, il primo favorevole all’oligarchia e il secondo, com’è intuibile, alla monarchia. È interessante il fatto che, dopo aver riportato il dibattito, Erodoto si astiene dal fare commenti in merito e lascia che sia il racconto dei fatti a guidare il lettore a trarre conclusioni personali, ma decisamente scontate, in merito ai torti e alle ragioni. Non avrebbe potuto, del resto, fare diversamente: Otane è pur sempre un Persiano e da tale anche un autore greco lo deve far ragionare e parlare. Di conseguenza, egli non esprime preoccupazione, a rigor di termini, per le implicazioni del regime monarchico in sé e per sé, ma solo per quelle derivanti da un eventuale abuso, com’è ovvio statisticamente più probabile laddove il potere è concentrato. Un problema facilmente risolvibile, secondo Dario: basta sostituire il cattivo sovrano con uno migliore, che farà uso del suo potere al solo scopo di realizzare il bene comune.

Della democrazia, Dario teme invece la degenerazione contraria, quella paventata in seguito da Aristotele e Polibio: che il potere condiviso tra esseri umani, che per loro natura tendono ad anteporre il proprio all’altrui interesse, la possibilità per ciascuno di perseguirlo a parità di mezzi conduca ad un’hobbesiana lotta di tutti contro tutti e all’anarchia.

Dario sfrutterebbe invece questa inclinazione umana a vantaggio della comunità.

Nulla, infatti, ci può apparire migliore del comando di un uomo solo, se questo è ottimo; poiché, valendosi appunto d’un ottimo consiglio, può governare il popolo in maniera irreprensibile, e solo così potranno rimanere segrete al massimo le decisioni che riguardano i nemici.

Nell’oligarchia, invece, poiché sono molti che fanno sfoggio delle proprie qualità per il comune interesse, sogliono sorgere violente inimicizie private. Infatti, volendo ciascuno primeggiare e far trionfare la propria opinione, si arriva a gravi rivalità vicendevoli: dalle rivalità nascono le sedizioni; dalle sedizioni le stragi e dalle stragi si finisce nel comando di un solo. Anche in questo si dimostra quanto tale forma di governo sia di tutte la migliore.

Quando, al contrario, il potere sia in mano al popolo, è impossibile che non vi si sviluppi la malvagità e quando la malvagità prende piede nei pubblici affari, non sorgono già tra malvagi le inimicizie, bensì violente amicizie. Poiché quelli che rovinano lo Stato, lo fanno cospirando tra loro. E questo avviene finché un uomo, postosi a capo del popolo, non metta fine alle trame di tali individui: per questo, appunto, quest’uomo si attira l’ammirazione del popolo e, ammirato, viene poi proclamato signore assoluto. Così, anche in questo caso si dimostra che la monarchia è la forma migliore di tutte.[3]

Chissà a quale meraviglioso dibattito avrebbe dato vita Dario se avesse potuto confrontarsi con George Orwell. Nel corso della Storia, tutti i grandi letterati, fossero essi storiografi, filosofi, poeti, sono sempre stati anche un po’ profeti ed Erodoto non fa eccezione. Ventitré secoli dopo di lui, altri faranno proprie le riflessioni che egli aveva messo in bocca a Dario e cercheranno con ogni mezzo di tradurle in pratica. I risultati a cui giungeranno ancora in questi giorni stanno plasmando la Storia d’Europa e non hanno smesso di farlo dagli ultimi cento anni a questa parte. Ancora una volta, opponendo l’Oriente all’Occidente.

Il passo erodoteo costituisce una delle prime attestazioni della consapevolezza di un’altra sostanziale differenza tra Greci e barbari, una distanza di carattere innanzitutto culturale e che solo conseguentemente si traduce in effetti pratici sul piano dell’organizzazione politica. Nessuno, del resto, avrebbe potuto instaurare un confronto di questo genere meglio di lui, Ione d’Asia, probabilmente di sangue misto,[4] Greco per lingua e per cultura, Persiano per legge e che di entrambi i popoli sa cogliere i pregi e difetti.

La distanza tra l’uno e l’altro non si limita al piano prettamente politico; anzi, le differenze in ambito istituzionale sono, come accennato, la proiezione nella vita civile e pratica di due opposti modi di concepire l’intero ordine dell’esistente, nell’umano come nel divino, e ancor più nei rapporti tra le due sfere. A cambiare, insomma, è l’unità di misura. Protagora per primo affermò che ἄνθροπος μέτρον πάντων (anthropos metron panton, “l’uomo è misura di tutto”) e a partire da quell’unità si misurarono tutte le distanze: tra le città e i confini, tra l’uomo e gli dèi e tra gli uomini tra loro. Almeno fino all’espansione macedone, che la globalizzò e la imbastardì, la cultura greca non conobbe le megalopoli, la delega del potere e meno che mai la cieca obbedienza, fosse essa rivolta ad altri uomini o agli dèi. L’organizzazione a misura d’uomo, la democrazia, l’autodeterminazione sono i geni che Leonida e Temistocle ci hanno trasmesso e che solo sporadicamente si sono trovati a recedere nella Storia d’Europa, senza comunque mai cessare di definirla per ciò che è. – Fine parte 1

Arianna Parissi.

 

[1] Cfr. B. Snell, La Cultura Greca e le Origini del Pensiero Europeo, Einaudi, Torino 2002, p. 70.

[2] Hdt. 3, 80. Trad. L. Annibaletto.

[3] Hdt. 3, 82. Trad. L. Annibaletto.

[4] Secondo le fonti, il padre si chiamava Lyxe, nome la cui fonetica è evidentemente non greca.

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