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LA PRONUNCIA SULL’ITALICUM E IL TOTEM DELLA STABILITA’. – di Claudio Giovannico

In attesa che vengano pubblicate le motivazioni relative alla pronuncia della Corte Costituzionale sull’Italicum, il dibattito politico italiano si è tutto concentrato attorno alla prospettiva di un’eventuale prossima competizione elettorale sul rinnovo del Parlamento. Invero, la sentenza della Consulta dichiarando l’incostituzionalità parziale della legge elettorale n. 52/2015, ne ha sostanzialmente riformato il contenuto, rendendo i sistemi elettorali delle due camere molto simili. Altresì, la stessa Corte avrebbe aperto alla possibilità di un ricorso alle urne in tempi brevi, affermando che le leggi elettorali sarebbero suscettibili di immediata applicazione.

Nello specifico, andando ad analizzare gli esiti della pronuncia, si nota come sia stata decretata sostanzialmente la fine dell’epoca del maggioritario, con un ritorno de facto ad un proporzionale puro. Difatti, nonostante sia stato conservato il premio di maggioranza alla Camera dei Deputati, la relativa soglia del 40% al primo turno sancisce nei fatti il carattere proporzionale del sistema elettorale, data l’estrema difficoltà per qualunque forza politica nel raggiungere al primo turno il 40% dei voti e l’assenza del medesimo premio al Senato.

Inoltre, è stato abolito il ballottaggio, alla luce dell’attuale assetto rappresentativo considerato tripolare, permettendo proprio una maggiore omogeneità tra i sistemi elettorali delle due camere.

A detta delle forze politiche mainstream italiane (tra cui ovviamente rientrano i promotori dell’Italicum) e internazionali (istituzioni europee in testa), lo scenario politico risultante mostrerebbe preoccupanti caratteri di instabilità, legati alla difficoltà nella costituzione di un governo.

Governabilità e stabilità sono senza dubbio due concetti fondamentali per la tenuta di un Paese. Eppure da alcuni anni a questa parte entrambi  i termini vengono spesso confusi nel loro significato con un potere politico maggioritario “forte” e veloce”; nella realtà spesso ridotto alla mera funzione esecutrice, per cui i governi sarebbero stabili se in grado di attuare le riforme che mercati e attori internazionali indicano.

Siamo giunti oramai alla riduzione dei governi a quei famosi “comitati esecutivi d’affari”, di cui profeticamente parlava Marx.

Al contrario, nello scenario politico attuale, caratterizzato da una tendenza al superamento del bipolarismo, ad avviso di chi scrive, l’assenza di una maggioranza politica solida potrebbe rappresentare un’opportunità per il nostro Paese, così lontano dalla partecipazione politica e dall’interesse della collettività per la cosa pubblica. La necessità di rintracciare un minimo comun denominatore fra più forze politiche obbligherebbe le stesse ad un confronto su temi sociali rilevanti e potrebbe permettere un recupero della politica quale attività di governo e processo decisionale dialettico.

La previsione di un governo di coalizione di per sé non è sinonimo di instabilità, basti guardare alla Germania, dove le coalizioni tra più forze politiche in chiave governativa è diventata prassi, senza che esse incidano negativamente sulla governabilità e stabilità del Paese. D’altronde la stessa Corte Costituzionale, nel bocciare il Porcellum, fece notare che, per quanto la governabilità sia un valore importante, essa non giustifica una differenza eccessiva tra consenso effettivo e legittimazione a governare, per cui una forza politica con un risultato modesto possa permettersi di governare sulla base di un premio di maggioranza.

Appare, dunque, evidente che il problema sia legato al nostro sistema politico, al relativo livello qualitativo della classe dirigente, alla mancanza di una visione politica di ampio respiro e di una cultura di interesse nazionale.

Di Claudio Giovannico

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