“L’AMERICA BIANCA” DI GIOVANNI BORGOGNONE. A cura di Valerio Savioli

L’autore vuol descrivere la destra reazionaria Usa, le sue origini i suoi riferimenti.

Borgognone ritiene che l’uomo bianco, nello specifico di retaggio WASP, nel timore di perdere centralità politica e sociale abbia sempre temuto le trasformazioni sociali sia stato sempre sensibile, soprattutto nei momenti di crisi, alle teorie cospirazioniste.

Dalla guerra d’indipendenza, passando per il Red Scare arrivando al periodo trumpiano (2016-20) il maschio bianco si sarebbe sentito assediato da forze ostili (cattolici, neri, comunisti, etc) e nel cercare punti di riferimento per costruire una sua difesa si è ciclicamente affidato alle Theory of Conspiracy , anzi questa è diventata la sua arma “culturale “, che ultimamente avrebbe anche perso di consistenza sostanziale.

Borgognone fa trapelare le sue preoccupazioni nel vedere un cambiamento culturale che ha allargato il fronte di quello che definisce etnonazionalismo bianco: le contaminazioni della Nouvelle Droit francese avrebbero dato alla Altright una patina intellettuale che rende il radicalismo bianco più affascinante e presentabile, l’allargamento della platea dei possibili sostenitori a tutti i “caucasici” ( italoamericani e agli irlandesi ad esempio) oltre a coinvolgere le donne non più relegate a un ruolo secondario.

Il fil rouge che attraversa l’intera e documentata opera è il razzismo, che a quanto pare, sarebbe una prerogativa esclusivamente del maschio bianco, il quale dovrebbe invece comprendere che è proprio la sua whiteness una condizione di inestirpabile responsabilità nei confronti delle sue vittime.

Citando A. Morgantii mass media hanno volgarizzato l’uso del termine “razzismo” estendendolo gradatamente dall’ambito proprio ad una serie di usi traslati e sempre più metaforici, distanti dalla sua realtà originaria: il linguaggio comune, in questo plasmato dal linguaggio giornalistico, oggi tende infatti ad utilizzare come sinonimi termini quali “xenofobia” , “razzismo” , “intolleranza”, “antisemitismo” […] questo concetto, di cui almeno in parte ci appaiono chiari i contorni deliranti, non sarebbe mai potuto essere nemmeno pensato al di fuori di un orizzonte culturale di tipo positivista ed evoluzionista, che tendeva a ridurre il pensiero ad un secreto dell’organo-cervello e la cultura mera variabile biologica”.

In definitiva, la cosiddetta destra reazionaria americana si incarnerebbe in uomini bianchi che utilizzano teorie cospirative per proteggere i propri interessi e superare la paura di sua presunta marginalizzazione nella società: praticamente l’elettorato repubblicano o, ancor meglio, l’elettorato trumpiano. Deplorables.

Un ritratto forzato, che si attiene a episodi e realtà politiche accuratamente raccontate ma che non possono e non debbono essere di esclusiva rappresentazione di un paese, l’America, in perenne e costante stato di pre-guerra civile, che può indurre alla semplificazione, o alla strumentalizzazione. In base ai casi. Sarebbe stato apprezzabile, nell’analisi dell’elettorato trumpiano, riprendersi una lettura illuminante, Il Serpente e la Colomba di W.R. Mead, per non dimenticare quanto tanto o quasi tutto ruoti intorno all’approccio nei confronti della politica estera (in questo caso Jaksoniana) e per provare a interpretare lo spirito ciclico dell’America e degli americani, citandolo integralmente:

Sospettosi nei riguardi di un potere federale illimitato, scettici sulle proposte buoniste in politica interna ed estera (welfare in patria e aiuti all’estero), contrari alle tasse federali ma ostinatamente favorevoli ai programmi federali che costituiscono un 3 aiuto alla classe media (previdenza sociale, assistenza medica, sussidi per gli interessi ipotecari), i jacksoniani sono oggetto di un ampio interesse politico” (…) i jacksoniani considerano il Secondo emendamento e il diritto di portare armi come le vere fortezze della libertà” (…) il loro pensiero è poco noto anche perché affonda le radici in quella porzione di popolazione meno rappresentata nei media e nell’ambiente accademico. L’America jacksoniana è una comunità popolare dotata di un forte senso dei valori e di un destino comuni, che periodicamente è stata guidata da uomini intellettualmente brillanti come lo stesso Jackson. Non rappresenta un’ideologia, né tanto meno un movimento di autocoscienza dotato di una direzione storica o di un tavolo organizzativo politico.” (Il Serpente e la Colomba, Russell Mead, Garzanti).

Un tentato – perlomeno nelle intenzioni esclusivamente rivolte agli interessi nazionali americani, a discapito di alleati, perché come sostenne H. Kissinger “gli Stati Uniti non hanno né amici permanenti né nemici permanenti: hanno solo interessi” – ritorno alle parole perdute come “lavoro”, “fabbrica”, “operaio” e “salario”. Nonostante la globalizzazione imperante e il monito thatcheriano ripreso dal presidente uscente Obama: TINA. There is no alternative.

E invece un’alternativa c’è sempre. Non l’avrebbe potuta (o voluta?) offrire Donald Trump, ce la sta offrendo il presente. A fronte di tutto ciò risuonano ancora più veritiere le parole di Mario Sechi: “scompaiono le illusioni dell’automazione e le magnifiche sorti dell’utopia psichedelica californiana, affonda il surf come metafora di libertà tra le onde della rete, tramonta la crescita del fatturato senza busta paga e con le stock option, viene svelata la realtà del mito dello startupper obamiano, il garage come laboratorio del talento è spento dal telecomando della trimestrale al Nasdaq”. E’ infatti di oggi la notizia della retromarcia di Elon Musk dopo la due diligence effettuata per l’acquisizione di Twitter; sproporzionato il valore del social network a causa di uno spropositata numero di utenti falsi: l’effetto domino è potenzialmente dietro l’angolo, la borsa potrebbe innescare un svalutazione a catena dell’economia digitale e dei suoi titoli. Una nuova, enorme, crisi finanziaria potrebbe scatenarsi e riportare altri danni sull’economia reale, la quale scatenerebbe disordini sociali. Altra carne da cannone della contemporaneità.

Quello di Trump fu un appello simile a quello di F. D. Roosevelt, durante la campagna elettorale del 1932, quando alla radio parlò all’uomo dimenticato, al Forgotten Man non all’Homo Davos:

Questi tempi infelici richiedono la costruzione di piani che si basano sul dimenticato, sui disorganizzati ma indispensabili elementi del potere economico, piani come quelli del 1917, costruiti dal basso verso l’alto e non dall’alto verso il basso, che ripongano la propria fede ancora una volta nell’uomo dimenticato alla base della piramide economica”

Nulla lo studioso scrive se paure e opinioni dei componenti della corrente politica da lui analizzata abbiano riscontro nella vita reale: scarsi o pretestuosamente vaghi i riferimenti  al declino economico dei bianchi ceti medi, solo una superficiale descrizione della grave crisi dell’economia rurale che attanaglia gli Stati bianchi del Midwest, la crisi causata dal trasloco in Cina della fabbrica America, il conteggio dei morti e dei mutilati da scenari di guerra che in pochi, in USA, saprebbero individuare sulla mappa, anzi nella conclusione si legge una frase indicativa che caratterizza l’opinione di Borgognone “A differenza del risentimento bianco, quello dei neri, delle donne e di altri gruppi emarginati e oppressi ha basi reali” (pag141).

Valerio Savioli