Il viaggio più pericoloso della storia. Sulla rotta degli Argonauti – A cura di Manlio Triggiani

Tommaso Braccini, ordinario di Filologia classica all’Università di Siena ha pubblicato, fra i vari libri, uno sull’avventura nella mitologia greca: Il viaggio più pericoloso della storia. Sulla rotta degli Argonauti edito dal Mulino. È la ripresa di un mito divenuto archetipo del viaggio, di tutti i viaggi. È l’occasione – seguendo i percorsi degli Argonauti – per ridefinire – come ha fatto l’autore – l’etnografia mitica dell’Europa e del Mediterraneo. Un viaggio nel quale si affrontano grossi pericoli, nel quale si verifica il primo contatto fra l’Oriente e l’Occidente. Sia chiaro, l’estremo Oriente, per i Greci, era la Colchide, l’attuale Georgia. Infatti, il Mar Nero era navigabile in direzione dell’Oriente fino a un certo punto. Perciò era ritenuto l’estremo lembo di terra, coincidente con la Colchide, oltre la quale non si poteva andare. Gli argonauti erano sicuri, così, di essersi spinti fino alla fine del mondo. La leggenda si sviluppa con conoscenza geografica così definita e con personaggi e soggetti particolari come un ariete che abbandona il proprio vello d’oro, un guerriero allevato da un centauro, una ragazza che si trasforma in strega e il viaggio che di per sé può avere rimandi iniziatici e ricco di riferimenti a cercatori d’oro che cercavano di pescare pagliuzze di oro nei fiumi della Georgia. La leggenda degli Argonauti, del resto, può essere una narrazione già rivista e riletta nella stessa antichità da Ovidio, Apollonio Rodio, Pindaro, Euripide. Ma quasi certamente a questo mito si sarebbe rifatto e avrebbe attinto Omero, prima che scrivesse l’Iliade e l’Odissea. Come se il viaggio degli Argonauti fosse un classico.  Ma le versioni della leggenda sono tante e il mito ne esce rafforzato, vivificato. Un mito che riscuoteva fortuna e registrava interesse ovunque. La nave Argo, del resto, è la prima nave mai esistita secondo la mitologia e sarebbe l’unica ad aver toccato tutte le terre in quel tempo conosciute raggiungendo perfino il Nilo, ma anche l’Oceano artico, l’Irlanda e il Rodano, il Po e il Reno, i deserti dell’Africa, il Danubio.

Braccini accompagna nel giro della nave Argo i lettori e racconta bene l’avventura di Giasone e dei suoi compagni di viaggio. Così, dal volo dell’ariete che lasciò sulla terra il vello d’oro fino alla giovinezza di Giasone che fu allevato da un centauro alle vicende che lo contrapposero a Medea fino alla interessante analisi del mito. Dato importante poiché essendo un mito inclusivo e con un forte richiamo identitario fu rivendicata l’avventura da più personaggi, da più popoli, dall’antichità in poi. Non solo: Braccini sottolinea già nell’introduzione, che particolare attenzione è riservata al racconto che con mille riferimenti intercetta e interseca altri miti e altri racconti mitologici. Senza tralasciare luoghi toccati dalla nave Argo. Un viaggio che unifica, in una sola avventura, una grande serie di suggestioni, rimandi, rivelazioni che fanno di un racconto una vera e propria grammatica del mito, una sorta di breviario religioso di una religione pagana che spinge alla ricerca di se stessi oltre che di luoghi sconosciuti.

Manlio Triggiani