
La celebre incisione di Albrecht Dürer, Il cavaliere, la morte e il diavolo, del 1513, ha una grande importanza poiché nella tripartizione dei personaggi raffigurati mostra un aspetto educativo, indicativo, utile per apprendere un comportamento, assumere una postura. Come se fosse una immagine prescrittiva.
E così, Hans F.K. Günther (1891-1968), scrive il primo dei suoi libri (Il cavaliere, la morte e il diavolo. Il pensiero eroico, Editrice Thule Italia) tenendo presente proprio questa immagine. Un’incisione che è un insegnamento, al punto che, volendo tenere al centro della sua speculazione il concetto di eroe, Günther fa riferimento all’opera di Dürer. Ma il libro di Günther è un breviario, un vademecum e l’incisione dell’artista tedesco non rappresenta solo una sintesi estetica di un discorso o di un impegno spirituale ma “l’architrave simbolico e metafisico di una visione del mondo che precede la contingenza storica in cui il libro vide la luce e la supera”. Il libro viene pubblicato nel 1920, all’indomani della fine della Prima guerra mondiale, con la Germania in condizioni economiche e politiche di enorme difficoltà. Günther risente delle condizioni in cui è costretto a vivere il popolo tedesco e per questo forza la lettura e l’interpretazione di un’incisione che da sola offre una lezione di carattere. Il cavaliere, ben presente a sé stesso, attraversa un paesaggio nemico, aspro, pieno di insidie. Ma non fa accelerare il passo al cavallo, e procede nel silenzio perché affronta con attenzione i pericoli e i rischi e allo stesso tempo risponde con forza alla propria visione del mondo che assegna a ciascuno la divisa secondo la quale “la vita è milizia spirituale”. È necessario riaffermare questa visione poiché la decadenza della civiltà europea dipende proprio da una degradazione interiore di ogni europeo. Per Günther la decadenza comincia quando i nomi dell’Origine, quelli fondanti, che da soli richiamano le basi di una civiltà, vengono meno. Quando si afferma lo “sfaldamento delle parole”, le espressioni più profonde rischiano di perdere senso. Parole come destino, fedeltà, onore, libertà, amore sono utilizzate nei discorsi correnti ma senza che sia conferito loro un significato profondo. Günther in queste pagine effettua una sorta di pulizia e di ridefinizione delle parole e del loro profondo senso senza indulgere nella retorica umanitaria. Da qui parte la visione dell’uomo moderno che fa proprio il contratto sociale, il diritto alla felicità, al comfort e alla sicurezza sociale. È l’esito di un processo che si è sviluppato nell’arco di oltre due secoli. A fronte di ciò l’immagine del Dürer contribuisce a educare, ad affrontare la tragedia, insegna il procedere fra i pericoli con lo spirito di chi è pronto ad affrontare l’inatteso. Il cavaliere rappresenta la decisione, la morte la sfida, la nemica di una vita monotona, sempre uguale. Invece per Günther la morte conferisce forza e infonde dignità all’azione. E sacralizza la vita perché è proprio la morte che dà senso alla vita, è il limite che le conferisce valore. La morte va quindi guardata in faccia tranquillamente, non con apprensione, timore o paura. Il diavolo, terzo elemento, è la voce interiore che, ammantata di buon senso e di saggezza consiglia l’uomo indicandogli di abdicare, di lasciar perdere, ché tanto nulla ha davvero importanza; fiacca l’animo facendo sembrare i suoi consigli derivanti da comodo buon senso.
La riflessione sullo Stato rimanda al decisionismo, contro le concezioni consolatorie amministrativistiche e contrattualistiche: è la forma che una comunità decide di dare alla propria esistenza storica. Altrimenti lo Stato diverrebbe solo un amministratore, un gestore della burocrazia e basta. Lo Stato dovrebbe lottare contro il calo di tensione spirituale e il ripiegamento su ciò che sembra la “normalità”. Günther supera l’etica dell’esistenza non essendo il pensatore borghese che vuole offrire una soluzione etica e basta. Amplia l’atteggiamento eroico verso tutti gli aspetti della vita, uniformando il comportamento secondo la propria equazione personale. Non solo. Il filosofo tedesco lancia l’idea di affrontare un nuovo inizio ma per far questo è solo la visione eroica che permette lo slancio anche nella realtà decadente. E questa richiede una dura disciplina come scuola vissuta e una visione eroica.
In conclusione, la bellezza e il valore di questo testo risiedono nel fatto che non ha valore transeunte ma valore di per sé, grazie alla sua inattualità totale, un’inattualità che lo rende perenne quanto a valore e valori. La traduzione è di Marco Linguardo che impreziosisce il testo con una lucida introduzione e un interessante inquadramento critico. Insomma, è un breviario per resistere contro il mondo moderno, rimanendo in piedi fra le rovine, per l’affermazione del proprio carattere e del proprio spirito.
Manlio Triggiani