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BREVI RIFLESSIONI D'ATTUALITA' SULL'OCCIDENTE TERMINALE. Di Luigi Copertino – parte prima – *

Molti osservatori hanno evidenziato che, nella questione dei flussi migratori, dietro il buonismo occidentale si celano in realtà le pressioni delle varie Confindustrie e delle banche che nella marea di migranti diretti in Europa vedono un “provvidenziale esercito industriale di riserva” per mezzo del quale tenere ulteriormente bassi i salari europei e ricattare tanto gli autoctoni quanto i già integrati con la minaccia della sostituzione occupazionale con i nuovi arrivati. Dietro le ragioni umanitarie mostrate dall’Occidente vi sono, dunque, ben altre e utilitaristiche questioni.

L’Occidente è responsabile delle peggiori forme di colonialismo storico ma è anche il luogo di nascita ed esaltazione, spesso retorica, dell’umanitarismo. Il concetto di “altro da sé” nasce, insieme all’antropologia culturale, proprio in Occidente ma al tempo stesso questa apertura verso l’altro, e le sue ragioni, è sempre stata accompagnata da uno spirito faustiano, una übris prometeica, una volontà di potenza inusuali.

Questa contraddizione di fondo la ritroviamo anche oggi. Alla Misericordia Divina – che non è affatto una invenzione o una novità introdotta da Papa Bergoglio come i media spingono le masse a ritenere – l’Occidente post-anti-cristiano risponde con un ipocrita umanitarismo che maschera ben più concreti obiettivi di mercato. L’Unione Europea, ad esempio, dimostratasi feroce con i greci che pure sono europei a pieno titolo storico, appare invece “buona” con i migranti. In particolare con quelli siriani. E perché mai proprio i siriani e non anche i nigeriani? La Siria è ancora parzialmente agricola ma la sua agricoltura non è più quella arcaica bensì quella che usa le moderne tecnologie perché il regime “nazional-socialista” di Assad ha garantito la scolarizzazione e quindi la formazione di un ceto di tecnici molto preparati. L’accoglienza selettiva sostenuta dall’Unione Europea, o meglio dalla Germania, si spiega soprattutto tenendo conto di questi fatti.

Coloro che praticano con solerzia il disincanto verso il “complottismo antioccidentale” sono proprio coloro che, poi, si mostrano maggiormente disposti a bere, senza critiche, la bufala del buonismo occidentale. Per comprendere la selettività “antropologica” con la quale le nazioni nordeuropee guardano all’ondata migratoria – i muri servono anche a questo, a selezionare, sulla base della loro utilità per il capitale, chi può passare e chi no – basta chiedersi cosa succede in un mercato quando sopraggiunge un ingegnere straniero con ottime competenze tecniche ma disposto a lavorare per la metà di un suo collega indigeno.

Non si tratta affatto di rispolverare una categoria veteromarxista – quella, appunto, dell’“esercito industriale di riserva” – ma molto più semplicemente di aderire alla realtà delle cose dal momento che proprio la globalizzazione sta riportando alla luce tutta la protervia del capitale che le condizioni storiche nell’Occidente del XX secolo erano riuscite a calmierare imponendo ad esso regole e limiti territoriali. E’ irrealistico non riconoscere che a partire dalla caduta del muro di Berlino molte cose sono accadute e che si è registrato un forte arretramento delle conquiste sociali. Almeno per il momento, la vittoria sembra aver arriso al peggior capitalismo. «C’è stata una guerra di classe negli ultimi vent’anni e la mia classe ha vinto»: sono parole, che risalgono al novembre 2011, del finanziere e miliardario americano Warren Buffett.

La globalizzazione non è stata affatto una dinamica spontanea, come molti credono e tra costoro coloro che pensano così, ossia ricorrendo alla presunta spontaneità del dinamismo storico, come se la Provvidenza e la volontà dell’uomo nulla contassero, di disincantare il presunto “complottismo” dei critici del globalismo. Per realizzare la globalizzazione sono stati firmati precisi trattati, quindi in base ad una chiara volontà decisionale. Nulla, dunque, di effettivamente spontaneo, perché nella storia neanche il mercato nella sua forma pura e “spontaneistica”, alla quale credono i liberisti, è mai esistito. Affinché divenisse quel che è oggi, ossia il mercato moderno, è stato necessaria la compresenza di un altro soggetto, che non a caso nasce nel suo stesso contesto storico, ossia lo Stato il quale, con i suoi ordinamenti legislativi, ha sciolto gli antichi vincolismi comunitari. Chi ha voluto la globalizzazione ha usato lo stesso tipo di solvente culturale rivolgendolo, però, contro i nuovi vincolismi ossia quelli statuali e nazionali.

Sia chiaro: qui non si sta asserendo che la globalizzazione sarebbe stata dettagliatamente elaborata e pianificata, punto per punto, secondo un programma irresistibile, nelle segrete logge  massoniche o nelle riservate adunanze della Trilaterale o del Bilderberg. La storia è imprevedibile per gli stessi grembiulini e per gli stessi tecnocrati e spesso i loro programmi hanno trovato impreviste difficoltà di realizzazione. Cosa che dimostra l’esistenza della Provvidenza e del libero arbitrio umano. Quel che nelle logge e nei circoli riservati viene distillato sono piuttosto i paradigmi culturali, gli etat d’ésprit, che poi i media si incaricano, per conformismo, di diffondere ampiamente nell’opinione pubblica – si sa che non c’è cosa di più prefabbricato che la mitica “opinione pubblica” – sostenuti da ingenti risorse finanziarie messe all’opera per lo scopo.

Non i complotti universali, dunque, ma la forza delle strategie culturali è determinante. Al crocevia tra il decennio ’70 ed il decennio ’80 del secolo scorso, ad esempio, c’è stata la cosiddetta svolta “montpelerina” che ha cambiato il mondo in senso neoliberista. La Mont Pélerin Society è un potente think tank neoliberale fondato da Friedrich August von Hayek nell’immediato dopoguerra, nel 1947, per unire le forze di tutti coloro che nella cultura, nella politica, nell’economia si opponevano al paradigma keynesiano, allora dominante, e per propagandare le virtù dell’“Open Society” (tra i 76 consiglieri di Ronald Reagan 22 erano membri di detta associazione, della quale sono o sono stati membri anche Ludwig von Mises, Milton Friedman, Luigi Einaudi, Sergio Ricossa, Antonio Martino ed altri noti nomi della cultura liberale).

Strategie culturali quindi, che certo possono anche diventare, sotto certi profili, “complotti” ma non nel senso becero – del tipo “rettiliano” – che ormai ha dilagato mediante la nuova comunicazione interattiva: esso stesso segno, questo tipo di “complottismo”, dell’ambiguità del globalismo e della sua capacità di creare deliranti stati d’animo anche ricorrendo alla medesima materia culturale o pseudo-culturale di cui si nutre tanto antiglobalismo da strapazzo. Se quel che contano sono dunque le strategie culturali, ad esse si risponde con strategie culturali di altro segno, non con i deliri del complottismo plebeo ed a buon mercato cui abboccano, credendo di essere originali, i più tra i lettori ed i frequentatori di tanti siti e circoli dalle strane ed ambigue origini e finalità.

La globalizzazione, che è soprattutto finanziaria, è d’altro canto una occidentalizzazione del mondo. Questo, però, non significa affatto il trionfo di quanto di buono l’Occidente ha dato al mondo ma lo spargimento globale dei liquami ideologici e decadenziali che esso ha partorito nel suo passaggio storico, che è stato innanzitutto  trasformazione, anzi inversione e rovesciamento totale, dalla Cristianità medioevale al Mercato-Mondo. Parafrasando una ben più alta, immacolata ed autorevole Fonte, potremmo ben dire che, avendo gli uomini voltato le spalle a Dio, l’Occidente ha sparso i suoi errori per il mondo intero.

Da ultimo, per restare alla nostra cronaca quotidiana, questo spargimento di errori è avvenuto con le cosiddette “primavere arabe” veri e propri “inverni vicino-orientali”. I regimi nazionali arabi come quello di Assad o di Gheddafi usavano la loro forza ideologica per vincolare psicologicamente coloro che comunque ad essi dovevano un miglioramento delle proprie condizioni di vita rispetto alle generazioni precedenti e non lasciavano certo i propri cittadini liberi di andare dove volessero. Quei regimi, come del resto il fascismo italiano, il peronismo argentino, il nasserismo egiziano, ma lo stesso putinismo russo, avevano mille difetti ed a nessuno, tanto meno all’autore di queste riflessioni, piace vivere nella mancanza, per dirne una, della libertà di espressione. Ma non per questo si può disconoscere la socialità di quei regimi, il loro sforzo di miglioramento delle condizioni delle proprie popolazioni. Disconoscere tale socialità, tale sforzo, sarebbe solo una faziosa falsità storica congiunta ad ipocrisia.

D’altro canto non è possibile constatare che l’Occidente usa dei suoi “valori” – la persona, la libertà, la democrazia – in modo strumentale tradendoli ogni giorno. Quando esso dimostrerà di essere conseguente con quei valori allora diventerà davvero difendibile. Ma fino a quando “umanitariamente” continuerà a praticare il più becero machiavellismo, la volontà di potenza per le sue strategie geopolitiche, bisogna usare verso di esso ogni possibile mezzo di disincanto, sottoporre la sua ideologia ufficiale alla più ferma e serrata critica, per mettere a nudo il re che è nudo. La retorica umanitaria dell’Occidente globalizzato, sotto questo profilo, è più insopportabile  dell’autoritarismo di Assad. Quest’ultimo almeno non si fa scudo dei valori umani per poi bombardare popolazioni inermi. Se bombarda lo fa e basta, senza retoriche missionarie. L’Occidente è il sistema orwelliano della menzogna organizzata. Il più compiuto tra quelli che hanno  finora calcato la scena storica. Esso pretende di “moralizzare” il conflitto in nome dei suoi valori umanitari trasformandolo, però, in una guerra totale contro il “Nemico Assoluto”, senza possibilità alcuna di tregua o di accordo diplomatico. Nemico Assoluto di volta in volta identificato con chiunque si opponga ai suoi interessi. Lo osservava, con l’acume che gli era proprio, Carl Schmitt ne “Il Nomos della terra”.

Essere liberali è cosa difficile che rasenta l’utopia. Anche l’autore di queste riflessioni si sente, intimamente,  molto più “liberale” di tanti presunti liberali, nel senso etimologico della parola che significa “generosità”, “gratuità”, appunto “liberalità” e non in quello ideologico, mascherato di presunta tolleranza, che la parola ha assunto nell’Occidente post ed anti-cristiano. Ma, proprio in nome di questo suo etimologico “liberalismo”, egli sfida i liberali, i quali vogliono porre i principi di tolleranza e libertà alla base della civiltà, ad essere coerenti sul concreto terreno della storia – l’unico terreno che, come insegnava Benedetto Croce, essi, i liberali, nella dichiarata disconoscenza di qualsiasi dipendenza oltremondana (il “liberalismo religioso” è solo un flatus vocis del tutto inconsistente), hanno a loro disposizione – ed a realizzare, se ne sono capaci, una società tollerante e libera nell’esclusivo orizzonte storico-mondano. Se il liberalismo fallisce, ed ha già ampiamente fallito, in questa pretesa, siamo autorizzati a desumere che esso è  soltanto una sceneggiata per giustificare la volontà di egemonia dell’Occidente post-anti-cristiano. Ed è per questo, oltre che per le giuste ragioni le quali consigliano sempre l’equilibrio nel giudizio storico, che diventa inevitabile, se si è onesti intellettualmente, ammettere che i “nemici” dell’Occidente, i quali non sono affatto stinchi di santo, almeno ci risparmiano l’ipocrisia umanitaria.

Continua con la seconda parte: http://domus-europa.eu/?p=6146#more-6146

*tratto dal sito www.maurizioblondet.it

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