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IL CONCETTO DI "IDENTITA' EUROPEA". di Ernst Nolte* – parte seconda –

Mappa allegorica dell’Europa

Anche l’Europa dell’anno 1913 si concepiva ancora come “Europa cristiana”; l’esortazione di Voltaire: “Schiacciate l’infame” non era stata eseguita; il sistema europeo si era dimostrato non solo progressista ma anche conservatore, un sistema che comprimeva certo i suoi elementi più vecchi, ma non li annientava. Solo in questo modo poté resistere una struttura poligonale piena di tensioni potenzialmente pericolose ma anche potenzialmente feconde. L’antica ed estrema tesi dell’autoannientamento era rimasta altrettanto distante dalla realtà quanto lo era la nuova ed estrema idea del necessario passaggio armonico, malgrado una pausa intermedia probabilmente rivoluzionaria, a una società universale omogenea ed egualitaria.
La prima guerra mondiale produsse una situazione completamente nuova, non da ultimo perché la si poteva considerare come una “guerra cristiana”, o quanto meno come una guerra che il cristianesimo non era riuscito a impedire. La critica anteguerra all’Europa doveva dunque rafforzarsi molto, e la più ricca di prospettive era quella dei partiti socialisti che sia in Germania sia in Francia, poco prima dello scoppio della guerra, avevano ottenuto significative vittorie elettorali. La questione era se essi, in linea con il loro programma, avrebbero semplicemente afferrato “il” potere politico oppure avrebbero agito “in chiave europea” e, quindi, rinunciando spontaneamente o forzatamente ad annientare i loro avversari, avrebbero conservato la struttura del sistema in ogni sua trasformazione. La prima decisione preliminare coincise col fatto che essi, contrariamente all’ideologia marxista, si erano schierati quasi senza eccezioni dalla parte degli Stati belligeranti e avevano stipulato con i partiti “borghesi” una “pace civile”. La seconda di queste decisioni risultò dal fatto che la maggioranza dei loro dirigenti e militanti reagì in modo negativo alla presa del potere da parte di quell’unico partito socialista, cioè i bolscevichi russi, che aveva rifiutato di approvare i crediti di guerra e aveva sostenuto la trasformazione della guerra di popolo in guerra civile. In linea di principio i socialisti radicali, i bolscevichi, si orientavano, come Marx, in base all’idea hegeliana della “realizzazione”: essi non volevano distruggere la “civiltà europea”, ma darle compimento, cioè smascherare le sue promesse non mantenute, ossia le promesse della teoria “borghese” del progresso. Ma il più intimo nucleo del loro intento, un nucleo che tra l’altro non aveva la sua primogenitura nel marxismo, era la sostituzione dell’economia di scambio o di mercato, che cercava il profitto, con un’economia pianificata che sarebbe servita a soddisfare i bisogni. Pertanto i bolscevichi dovevano prefiggersi, come loro primo scopo, l’eliminazione dei “capitalisti”, cioè degli imprenditori, e insieme con i “borghesi” dovevano essere tolti di mezzo anche i loro alleati: la nobiltà, la Chiesa, i contadini proprietari. In questo modo, nonostante le simpatie che perfino nei Paesi alleati si mostravano al partito che si opponeva alla guerra, si diffuse rapidamente in Russia e in tutta Europa un orrore senza pari, perché nel giro di pochi anni il partito bolscevico si rivelò, e non certo esclusivamente a causa della guerra civile da esso provocata, come la più grande forza di sterminio sociale mai comparsa in Europa dopo gli accenni visti durante la rivoluzione francese. Le “classi nemiche” furono “liquidate”: in teoria con la loro inclusione nell’uguaglianza generale, in realtà con una dura oppressione e un sanguinoso terrore. Con l’eliminazione di elementi essenziali del sistema liberale – che in Russia si trovava certamente ancora a uno stadio embrionale -, il processo di fondo del respingimento fu sostituito da quello dell’annientamento; ed era pienamente comprensibile che, nell’Europa non-russa, il bolscevismo venisse considerato come un fenomeno “antieuropeo”, un fenomeno “asiatico” per il quale venne usato ben presto il concetto di “totalitarismo”. In quanto Stato di un illimitato dominio monopartitico privo di imprenditori e contadini autonomi, in quanto cittadella di un “movimento senza Dio” e della sua instancabile propaganda, in quanto Stato di un’aspirazione alla rivoluzione mondiale che al di là dei suoi confini possedeva, per lo meno in Germania, numerosi adepti, l’Unione Sovietica era la prima grande minaccia che si scagliava contro l’intera Europa e contro l’ordine sociale europeo.
Una cosa molto verosimile era dunque la nascita, in molte parti del continente, di contromovimenti antibolscevichi militanti, che conducessero la lotta politica interna contro il movimento comunista planetario con maggiore energia di quanto stava facendo lo Stato liberale del sistema pluralistico dei partiti. Già nel 1922, in Italia, il primo movimento di questo tipo giunse al potere, sotto la guida di quell’uomo che prima della guerra era stato un socialista radicale e, in un certo senso, il fondatore del comunismo italiano – è evidente infatti che non si trattava di una mera trasformazione delle tendenze conservatrici o reazionarie dell’epoca prebellica. Sia di Hitler che di Mussolini ci sono giunte espressioni del loro primo periodo nelle quali la difesa della “civiltà cristiana” veniva dichiarata come il fine del loro movimento. Tuttavia agli osservatori non sfuggiva il fatto che Hitler apparteneva alla tradizione dell’idea nietzschiana della sollevazione delle masse piene di risentimento risultante dall’ebraismo e dal cristianesimo, e dell’avvicinarsi della “degenerazione totale dell’umanità”. In questo modo si poté rapidamente capire che il nazionalsocialismo radicale e antibolscevico contrapponeva al nemico un diverso concetto di sterminio, e che, proprio in quanto anch’esso fenomeno “antieuropeo”, in fondo concordava con il nemico. Questo concetto di annientamento mirava, com’è noto, all’ebraismo, ma in ultima analisi anche al suo supposto prodotto, il cristianesimo. Anche l’ebraismo era una componente essenziale del sistema liberale: per un millennio nelle vesti della religione più antica, in concordia e in competizione con il cristianesimo, e poi dall’inizio dell’Ottocento come lo strato più intellettuale e non completamente assimilato della popolazione. Hitler manteneva la stima tradizionale per l’antichità classica e a maggior ragione quella per il germanesimo, ma a causa dell’arcaismo delle idee di “spazio vitale” e di originarietà della guerra non era neanche una storpiata civiltà europea quella che egli voleva difendere. Poiché in Germania non c’era stata una guerra civile in senso proprio, l’”antisemitismo” nazionalsocialista non assunse subito, come invece accadde all’anticapitalismo bolscevico, il carattere di sanguinoso sterminio, ma fino alla seconda guerra mondiale si limitò al tentativo di completa espulsione. Ma con la guerra di aggressione contro l’Unione Sovietica caddero poi le ultime barriere, e alla fine anche il nazionalsocialismo si dimostrò come una realtà di annientamento, addirittura di sterminio biologico anziché di mero sterminio sociale.
Per queste ragioni si può dire che nel 1945 fu sconfitto un regime antieuropeo, ma da un altro sistema antieuropeo con la collaborazione decisiva di una forma ristretta e semplificata di “Europa”, cioè quella americana, che allora era “antirazzista” soltanto nell’ideologia predominante, ma non nella realtà quotidiana. I Paesi dell’area occidentale del continente, del nucleo cioè dell’Europa, si erano ora indeboliti sia esteriormente che interiormente, tuttavia con l’aiuto degli Usa e in buona parte sotto la guida dei partiti cristiano-democratici potevano provvisoriamente ricostituirsi, ed è stata una delle più autentiche vittorie dell’Europa il fatto che nei Paesi sovietizzati dell’Europa orientale a partire dagli anni Settanta si siano osservate tendenze che si prefiggevano un “ritorno all’Europa”: è evidente che l’Europa non fu avvertita dovunque come un’appendice “americanizzata” degli Usa.
Non è stata infatti esclusivamente la politica di grande riarmo del presidente Reagan a produrre tra il 1989 e il 1991 il crollo dei regimi comunisti nell’Europa orientale e in Unione sovietica. Nessuno potrebbe mettere in dubbio che la tenace resistenza della Chiesa polacca aveva avuto grande importanza, e forse perfino l’elezione a Papa nel 1978 di un cardinale polacco, Karol Wojtyla, ebbe un influsso decisivo. Nell’Ucraina diventata indipendente, secondo informazioni attendibili, il 90 per cento della popolazione si dichiarò cristiano-ortodosso, mentre prima del 1991 si era dichiarato ateo. Nel turbinio di giubilo degli anni 1989-1991 si poteva effettivamente credere che l’identità europea si fosse affermata contro le grandi teorie totalitarie di sterminio del Novecento, e che si fosse così, pur in forma modificata, garantita almeno per il futuro prossimo. Nei progressi dell’unificazione europea, che trovarono il loro apice nella decisione di introdurre una moneta unica, si è potuto vedere un segno pieno di promesse, nonostante la crescita di una gigantesca burocrazia a Bruxelles, ma d’altra parte poteva suscitare qualche perplessità anche la penetrazione di quella pseudo-religione che, negando o rimuovendo i contesti storici, dichiarava il nazionalsocialismo come il “male assoluto”, extrastorico.
Ma ben presto diventò chiaro che si stava affacciando un totalitarismo completamente nuovo, che sembrava essere proprio l’opposto dei totalitarismi precedenti: vale a dire il dominio unico del mercato mondiale libero da qualsiasi vincolo, la “globalizzazione” o il “turbocapitalismo”, secondo la definizione che si tentò di dare a questa nuova realtà. Ciò che fino a quel punto era stata l’autentica rivoluzione planetaria, cioè l’antagonismo e la collaborazione di innumerevoli individui e numerose aziende, che coinvolge settori sempre più ampi e che produce sia nuova cooperazione sia nuovi conflitti, si dimostrò sempre più come una tempesta che non avrebbe lasciato intatta alcuna forma di vita tradizionale, che avrebbe demolito i confini precedenti e modificato gli individui emancipati di una società liberistica accordandoli con l’esigenza di flessibilità rispetto ai bisogni della società. La società concorrenziale tecnico-scientifica che coinvolge l’intero pianeta sembrava ora realizzare tutte le visioni di Condorcet e di Comte: mai si era avuto prima nella storia universale un numero così grande di uomini che gode di uno standard di vita con così tante possibilità di intrattenimento, e nonostante la frustrante esplosione demografica del Terzo mondo che riannulla subito tutti i progressi economici, sul medio periodo l’allineamento verso l’alto sembra garantito. La differenziazione e specializzazione di quasi tutte le attività aveva raggiunto un grado tale che, nonostante l’incalcolabile produzione di nuove élites funzionali, gli strati sociali nel senso tradizionale come la borghesia e la classe operaia persero i tratti che fino a quel momento li caratterizzavano. Anche la differenza fra le lingue, a causa dei giganteschi flussi di informazioni che si muovevano ogni giorno e in ogni momento intorno all’intero pianeta, in un certo senso fin sulla Luna e su Marte, doveva apparire come un fastidioso ostacolo, che sarebbe stato superato nel migliore dei modi introducendo una lingua universale, sia essa l’inglese o l’esperanto. La civiltà mondiale che ne stava scaturendo, che si sarebbe lasciata alle spalle quei caratteri principali della storia come la grande guerra e le culture ristrette, questa civiltà, nelle vesti del nuovo totalitarismo che essa rappresentava, nelle vesti cioè del “pensiero unico”, non avrebbe rinchiuso nessuno in campo di concentramento né l’avrebbe liquidato con un colpo alla nuca a causa delle sue opinioni o atteggiamenti devianti, e tuttavia non avrebbe ammesso nessuna alterità minimamente impegnativa, e così facendo essa, nata dalla storia dell’Europa, avrebbe preparato il tramonto definitivo dell’”identità europea”. Ma all’apice di questa concezione del progresso viene a mancare proprio quello che era il tratto principale della “religione del progresso”, cioè l’ottimismo, la fiducia nei confronti del futuro.
Perfino dalla realtà quotidiana nascono bisogni e paure. È vero che quei “mercati” che sembrano aver preso il posto del “destino” non sono riconducibili, come in modo semplicistico si faceva nei tempi passati, alle manovre avide di profitto di alcuni multimiliardari, ma ci sono giganteschi fondi-pensione che giocano un grande ruolo, e se crollassero, molti milioni di persone normali in tutto il mondo ne sarebbero colpite nella maniera più dura. Ma ciò nonostante il sistema è fragile, perché, malgrado i grandi numeri, si tratta pur sempre di una minoranza, e le minoranze si trovano potenzialmente in una posizione opposta rispetto all’idea democratica. La via più vicina per l’alleggerimento immediato della sorte della maggioranza della popolazione mondiale sembra consistere nella migrazione di massa nei “Paesi ricchi”, ma questi Paesi, tra i quali l’Europa, si vedono posti dinanzi a un fondamentale dilemma: da un lato essi perderanno la loro identità, intesa in un senso particolarmente profondo, se si lasceranno guidare dall’idea della giustizia intesa in chiave egualitaria e cederanno alle richieste radicali di “apertura delle frontiere”; dall’altro entreranno in contraddizione con se stessi, se chiuderanno completamente questi confini e si struttureranno come fortezze. Tuttavia si possono sempre affrontare questi pericoli in modo concreto e tangibile: un enorme sforzo per aumentare gli aiuti allo sviluppo, connesso con un’efficace propaganda presso le donne del Terzo mondo per diminuire la natalità, può ridurre considerevolmente la pressione. Inoltre, la globalizzazione economica non va vista come un processo naturale, poiché anche un’economista del rango di Milton Friedman, differenziandosi in questo assai poco dai cosidetti “avversari della globalizzazione”, ritiene dannoso l’intervento del Fondo monetario internazionale e necessario un cambiamento fondamentale.
Ma c’è anche una minaccia di altro tipo. Quelle società del mondo islamico e buddistico che dalla prospettiva europea tanto spesso furono sottovalutate come “non moderne”, rivelano una peculiare forza, che esse possono eventualmente riversare in una condizione permanentemente predisposta al combattimento. Queste società hanno ancora la consapevolezza che la sessualità è in grado di soddisfare il suo scopo generativo soltanto se è delimitata e regolata, e che la liberazione della sessualità nelle società liberistico-edonistiche europee e nordamericane abbasserà sempre più il numero della loro popolazione, al punto che in tempi non troppo lontani esse avranno perduto non solo la loro identità, ma anche la loro esistenza. E oggi non ci sono forse grandi partiti che in tutta franchezza hanno trasformato la tesi marxista dell’abolizione della proprietà privata, sostenendo la necessità di abolire la “proprietà privata” che le nazioni hanno del suolo che esse abitano?
E tuttavia c’è un motivo ancor più profondo di angoscia. Quello che soltanto mezzo secolo fa era inimmaginabile, ha fatto oggi irruzione nella sfera della possibilità reale: che cioè l’impulso non più semplicemente ateistico ma antiteistico della civilizzazione planetaria restringa sempre più l’ambito di ciò di cui non si può disporre, l’ambito di ciò che inerisce al destino e quindi l’ambito del “divino”, oltrepassando alla fine la natura umana stessa, al punto da dover parlare di un annientamento dell’essenza umana mediante l’intelligenza emancipata che si è autonomizzata nella forma dei computers intelligenti, anche se gli uomini presenti dovessero essere in grado di vivere comodamente la loro esistenza sulla Terra come una forma di rimasuglio indifferente a tutto.
Ma l’uomo, così si potrà dire, non può mai esaurirsi nella molteplicità degli individui, apparentemente autonomi ma in realtà sottomessi alle più svariate costrizioni, all’interno di una gigantesca macchina. Egli non è soltanto un collaboratore di quel processo di impossessamento della Terra a favore del genere umano che è definibile come “trascendenza pratica”, ma prima ancora e più originariamente egli è costituito, in quanto essere che si commuove e che pensa, da quel diverso rapporto con il mondo che, per mezzo della “trascendenza teoretica”, lo apre alla totalità del mondo in una maniera che non ha paragone in nessuna astronomia e in nessun viaggio interplanetario. Nessuna scienza potrà mai dirgli se egli si vede dinanzi a un mondo mostruoso o a un “cosmo”, dinanzi a Dio o al nulla, e come egli si deve comportare in questo orizzonte che è quello della trascendenza teoretica, cioè, oggi, delle grandi teologie e filosofie. Ma nell’”identità europea” alcune di esse erano raccolte in un modo che non ha mai avuto uguali in nessun’altra parte nel mondo. Ora, ritengo che l’identità europea possa continuare a esistere su diversi piani ed essere difesa. Il piano supremo è quello del rapporto religioso con il mondo, e qui tale piano può diventare modello e prefigurazione di un “ecumenismo” che ha come presupposto tanto il livellamento quanto l’autoaffermazione, una duplicità che con il pontificato di Papa Giovanni Paolo II si manifesta paradigmaticamente nel riconoscimento dell’ebraismo come la religione più antica e quella più fraterna che il cristianesimo ha, un riconoscimento che tuttavia non significa qualcosa come una “ri-ebraizzazione” del cristianesimo, che conserva immutato il suo carattere di religione del mistero di Dio fattosi uomo. Ma se l’Islam è esposto al pericolo di restare bloccato nella sua pretesa di assolutezza, la volontà di una cristianizzazione del mondo ha perso ormai qualsiasi prospettiva. Le confessioni cristiane, ma anche le “visioni del mondo” non-cristiane, nella misura in cui sono in grado di plasmare la vita umana, sopravviveranno soltanto in una sorta di isole in Europa e negli Stati Uniti d’America. Ma appunto così esse riusciranno a conservare quella pluralità essenziale che era uno dei segni caratteristici principali dell’identità europea e che è il presupposto affinché la civilizzazione universale resti criticabile e possa mantenere quella distanza rispetto a se stessa, senza la quale non sarà possibile una vita “umana” in mezzo allo sconcertante caos di informazioni della panmissia di meri individui. Soltanto in questo modo per gli europei e per i loro “fratelli minori”, gli americani, sarà possibile far propria e recuperare su un piano superiore di riflessione l’enigmatica “identità europea”, quell’identità che tende sempre ad autosuperarsi e ad autodissolversi.

Ernst Nolte

*Segue dalla prima parte http://domus-europa.eu/?p=4898

*Ernst Nolte è uno tra i massimi storici contemporanei. Professore emerito dell’Università di Berlino, insegna Storia moderna all’Università di Marburgo. Da www.liberalfondazione.it . (traduzione dal tedesco di Renato Cristin)

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