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PLURALISMO, SOVRANITA’ E MONETA: ALLA RICERCA DI UN MODELLO PER L’EUROPA DEI POPOLI. di L. Copertino

Più volte ci è capitato di raccomandare a tanti amici tradizionalisti di non cadere nel tranello del post-moderno simile al pre-moderno e quindi di non entusiasmarsi per la fine della statualità del Politico che è stata uno dei caratteri principali della modernità.
Il medioevo con il suo pluralismo, anche monetario, fu un’epoca del tutto diversa da quella del “glocalismo” post-moderno attuale. Per “glocalismo” intendiamo, qui, l’assetto proprio che la mondializzazione dei mercati e la finanziarizzazione dell’economia è andata assumendo negli ultimi trent’anni, a partire dalla Rivoluzione Neoconservatrice e Neoliberista iniziata negli anni ’80 del XX secolo. Un assetto che vede il “mondialismo” ed il “localismo” come i due, apparentemente opposti, poli spaziali dell’organizzazione politico-economica, posti a diretto contatto senza intermediazioni. Polarità dialetticamente complementari in una nuova hegeliana sintesi la cui formula è, appunto, questa: globale + locale senza il livello intermedio dello statuale-nazionale.
Un grande pensatore cattolico tradizionalista, ispanico, Alvaro d’Ors paventava la realizzazione dell’“Unità del Mondo” non nella forma, utopica, dello Stato Mondiale ma in quella, effettivamente in fieri, dell’unificazione tecno-finanziario-economica che lascia, in apparenza, sussistere il pluralismo politico, nazionale o indipendentista localista, ma accentra il vero potere, quello monetario-finanziario, nelle mani di tecnocrazie e bancocrazie trans-nazionali.
Ora, sostenere entusiasticamente ogni forma di localismo, come fanno i tradizionalisti, credendo così di superare la odiata modernità per un ritorno a qualcosa di simile al pre-moderno è, a nostro giudizio, una pia illusione. In realtà così facendo si agevola, magari inconsapevolmente e contro le proprie intenzioni, il processo di unificazione finanziario-economica del mondo.
Le realtà regionali transfrontaliere, ad esempio, realizzano l’auspicio dei globalisti che sono infastiditi dagli Stati-Nazioni perché costituiscono “interruzioni di flusso” nella libera ed incontrollata circolazione globale dei capitali.
Gli indipendentisti romantici, i comunitaristi post-moderni ed i federalisti “leghisti”, pur mossi dalla lodevole intenzione di riaffermare le identità popolari (se a base cattolica, neopagana o anarchico-libertaria, non interessa immediatamente quanto andiamo argomentando), rischiano di cadere dalla padella alla brace, dall’abbraccio del vecchio Leviatano dello Stato nazionale a quello del nuovo Leviatano del Mercato Globale, ancor più totalitario e soffocante del primo.
Sotto un profilo storico le ragioni “reazionarie” (ma anche sociali) delle varie insorgenze antigiacobine sono, senza alcun dubbio, una memoria “santa” da difendere. Ma, detto chiaramente questo, dobbiamo poi convenire che realisticamente noi contemporanei viviamo nel XXI secolo ossia in un contesto del tutto diverso da quello del XVIII secolo.
Sotto un certo profilo, si potrebbe persino affermare che le ragioni antigiacobine, per una sorta di trascendimento storico, come direbbe Ernst Nolte, ossia di scivolamento lungo la china della secolarizzazione, sono oggi rappresentate, paradossalmente, dalle posizioni “nazionaliste” proprio perché è la nazione a costituire, nella nostra epoca, il locale che resiste alla globalizzazione. Le antiche comunità e gli antichi corpi intermedi pre-moderni difendevano le persone concrete, le quali ad esse appartenevano identitariamente per nascita o territorio o cultura o fede o professione, dal Leviatano statuale. Attualmente, invece, per una ironia della storia, sono gli Stati-nazione a difendere, in vero in modo sempre più debole a causa proprio del glocalismo, i loro cittadini dal nuovo Leviatano del Mercato-Mondo. Gli Stati nazionali sono oggi corpi intermedi prossimi ad essere stritolati dal Leviatano dell’unificazione finanziario-economica del mondo.
Essere “vandeani” oggi significa essere “nazionalisti”. Non a caso in Francia Marine Le Pen raccoglie i voti anche dei cattolici di sentimenti vandeani e tradizionalisti insieme a quelli degli operai minacciati dalle delocalizzazioni del capitale transnazionale.
Non è neanche un caso, d’altra parte, che, di fronte all’inveramento neoliberista e capitalistico-multi(trans)nazionale dell’internazionalismo marxista, studiosi di sinistra, marxisti dichiarati, come Alberto Bagnai e Sergio Cesaratto, convinti che storicamente i diritti dei lavoratori nei confronti del capitale sono riusciti ad affermarsi soltanto all’interno della compagine dello Stato nazionale diventato un po’ alla volta anche Stato sociale, siano oggi tra i maggiori difensori, da sinistra, della Nazione.
Da parte nostra siamo convinti che esista una terza via tra globalismo e nazionalismo. L’abbiamo già sperimentata nei decenni di Bretton Woods, quando tra gli Stati occidentali sussisteva una coordinazione politico-economica che, senza eliminare il livello nazionale, evitava le secche del nazionalismo.
A partire dalla fine della seconda guerra mondiale e fino agli anni ’70 del secolo scorso, gli Stati avevano concertato normative, nazionali ed internazionali, condivise per il controllo dei capitali, per il funzionamento di un Welfare universalistico, per la convergenza dei sistemi di tutela sociale del lavoro in modo da evitare la concorrenza inter-statuale per attirare capitali svendendo, come accade oggi, al ribasso i diritti dei lavoratori di fronte al potere globale delle multinazionali.
Il punto debole del mondo come organizzato nel 1944 a Bretton Woods era costituito dal fatto che, contrariamente ai suggerimenti di Keynes, il coordinamento tra gli Stati fu realizzato non intorno ad una moneta comune internazionale, con un tasso di cambio con le monete nazionali flessibile entro una fascia di oscillazione unica, ma sul dollaro e quindi sull’egemonia imperialista e neocoloniale degli Stati Uniti d’America, veri ed unici vincitori del secondo conflitto mondiale.
L’Unione Europea, lo sosteniamo da tempo, dovrebbe ripensarsi secondo il modello di Bretton Woods ma senza egemonie nazionali e monetarie interne. Il modello qui suggerito è confederale perché, a differenza di quello federale, lascia, pur nel coordinamento inter-statuale, una certa autonomia agli Stati, salvo alcune materie che, per sussidiarietà verticale, devono essere attribuito al livello confederale. In un contesto confederale, di questo tipo, anche la moneta unica deve essere ripensata come moneta comune di conto a fianco delle monete nazionali, legate alla prima da un cambio flessibile entro un certo margine di oscillazione. Inoltre, la confederazione dovrebbe essere pensata anche come camera di compensazione degli squilibri economici e finanziari tra gli Stati aderenti, tra le bilance dei pagamenti degli Stati, in modo da farli convergere, quanto più possibile ma senza forzature punitive sul tipo delle misure di austerità fino ad oggi imposte dalla Troika, verso una reale e solidale condivisione del debito e della politica sia monetaria che fiscale.
Nella loro idealizzazione post-moderna del medioevo i tradizionalisti – senza accorgersi di agevolare la globalizzazione nell’illusione che l’abbattimento dello Stato nazionale ci restituisca il comunitarismo pre-statuale – inneggiano anche al pluralismo monetario pre-moderno. Essi simpatizzano, come gli anarcoliberisti conservatori americani, per l’assoluta libertà di coniazione che, nel medioevo, consentiva il pullulare di numerose monete locali, successivamente tutte scomparse con l’avvento del monopolio statuale della sovranità monetaria che ha uniformato, parallelamente alla distruzione dei privilegi (“privata lex”) delle comunità locali, il regime finanziario e monetario interno ai nascenti Stati nazionali.
Ma quale è il dato storico e teoretico debole di questo “neo-medioevalismo monetario”?
Si dimentica, innanzitutto, che anche nel medioevo la monetazione, benché “pluralista”, era comunque espressione di ordinamenti giuridici e di poteri politici, universali o locali, e non dei meri mercati e delle loro dinamiche. Quando si parla di monetazione, in riferimento al medioevo, deve intendersi la moneta metallica, aurea o argentea. Furono, in un secondo momento, banchieri e cambiavalute ad introdurre la monetazione cartacea, mediante l’uso delle lettere di cambio a copertura aurea o argentea ossia garantite dalle monete metalliche depositate nei forzieri (1). Successivamente, con il rafforzamento proto-moderno e moderno della forma statuale dell’Autorità Politica, la monetazione in forma cartacea entrò direttamente o indirettamente nell’orbita comunitaria e, più ancora, in quella nascente del “Pubblico”, uscendo da quella strettamente privatistica bancaria. La prima banca centrale, quella inglese, è del 1694 e, benché nasca come una impresa privata di affaristi speculatori, dovette ottenere da parte del re in appalto, dietro la promessa di sovvenzionare l’erario, il monopolio della emissione monetaria cartacea. L’imprimatur del sovrano agì anche come forte incentivo, grazie alla sua forza legale, per l’accettazione, da parte dei sudditi, della moneta emessa dalla Banca d’Inghilterra, perché essa diventava ora l’unica moneta in grado di regolare sia gli scambi commerciali tra privati sia i rapporti fiscali con lo Stato (2).
Nel medioevo, il pluralismo monetario corrispondeva al pluralismo delle economie locali. Le molteplici monete circolavano per tutt’Europa creando, con il loro pluralismo, problemi all’affermazione del “libero mercato” come lo intendiamo oggi. Perché, checché ne pensano tanti conservatori, all’epoca il libero mercato non esisteva affatto. Le Goff giustamente ricorda che nel medioevo l’economia era avvolta in una fitta rete di vincoli corporativi e comunitari, caritativi e feudali, per cui parlare, per quell’epoca, di libero mercato è anacronistico. Sarebbe, in altri termini, un falso storico. Maestri di tale falsificazione della storia sono soprattutto i catto-liberali ogni qualvolta si sforzano di dimostrare come risalente all’età medioevale l’elaborazione, se non di una teoria integrale dell’economia di mercato, perlomeno dei suoi principii basilari.
Il “libero mercato”, infatti, ha bisogno di razionalità uniformante. Cosa che solo l’imperio della legge impersonale e del contratto, quindi dello “statalismo” e dell’“individualismo” non dunque della consuetudine e del comunitarismo, può assicurare (3). Non a caso il libero mercato nasce, gradualmente, proprio mentre i vincoli comunitari vengono distrutti dagli emergenti Stati nazionali egemonizzati dalle borghesie pre-moderne. Karl Marx ha, dunque, almeno in questo, visto giusto quando, nel “Il Manifesto” del 1848, esaltava il ruolo della borghesia che distruggeva i “variopinti legami feudali” e raffreddava le “esaltazioni mistiche e religiose” per imporre a tutto il mondo “lo spietato pagamenti in contanti” ed il “nudo calcolo economico”.

La monetazione aurea medioevale subiva i limiti propri di ogni “moneta merce” ossia la rarità del bene. La moneta metallica era qualcosa di assolutamente rarefatto, come rari erano i metalli preziosi necessari alla coniazione. Da qui la “truffa”, che Dante Alighieri ne La Commedia imputa a Filippo il Bello, consistente nel tagliare il metallo prezioso con metallo vile onde aumentare la liquidità monetaria: più che di truffa si trattava, però, di un necessario espediente per fornire al sistema economico quella maggiore liquidità che il metallismo monetario puro non poteva consentire.
Possiamo, quindi, tranquillamente affermare che la monetazione metallica non era affatto funzionale, nonostante il suo pluralismo divisionario, allo sviluppo dei traffici commerciali. Per questo ebbe successo la carta moneta. Nel medioevo europeo, come già detto, l’invenzione va a merito dei banchieri ossia dei cambiavalute, ai quali successivamente subentrò il nascente Stato nazionale ma sempre appaltandola alla Banca Centrale storicamente ad esso coeva. La carta moneta, nei secoli successivi, perse progressivamente ogni legame materiale con l’oro. I conservatori “austriaci”, ossia i seguaci di Hayek e Mises e dell’ordo-liberismo tedesco, che auspicano la rarefazione monetaria e l’austerità dovrebbero tenere sempre presente che la moneta cartacea fu inventata per superare gli angusti limiti, dannosi per lo stesso libero mercato, della monetazione aurea.
Infatti, allo scopo di razionalizzare la monetazione al fine di un più efficiente funzionamento dei mercati – ancora per secoli plurali ma già all’epoca in via di graduale interconnessione – in vista dell’unificazione mercantile del mondo, che oggi si sta realizzando, fu necessario nei secoli moderni superare la rarità monetaria. A questo superamento si arrivò, appunto, con l’invenzione della carta moneta. Ma l’esigenza stessa di uniformare e razionalizzare i mercati, in via di unificazione globale, comportava soprattutto l’inderogabile obbligo della semplificazione del groviglio “anarchico” costituito dal pluralismo monetario. Quest’ultimo corrispondeva al pluralismo comunitario medioevale. Lo Stato moderno ed il Libero Mercato, che sono fenomeni storicamente contemporanei, avevano invece necessità di imporre prima monete nazionali, che svolgessero una funzione unificatrice all’interno dei singoli Stati, poi, ossia oggi, monete sovranazionali in vista, in un futuro prossimo, di una unica moneta mondiale.
L’Apocalisse (13, 16-17) preannuncia un Potere globale che imporrà a tutti un segno senza il quale non sarà possibile vendere o comprare e che si ergerà su tutti i popoli, regni e nazioni. Ora, alla luce del processo storico, da noi descritto, che dal medioevo ci ha portato fino all’età post-moderna, non è peregrino vedere storicamente all’opera qualcosa del genere. Ecco perché si tratta di capire cosa, oggi, favorisce e cosa non favorisce l’emergere di questo Potere Finanziario Globale. Forse sbagliamo ma crediamo che gli Stati nazionali oggi svolgano una azione contraria a questo Potere Globale, lo ostacolano perché sono, come dicono i globalizzatori, “interruzioni di flusso nel circuito finanziario planetario”.
Nel concreto del momento storico, nel quale la Provvidenza ci ha chiamati all’esistenza, bisogna comunque cercare qualche soluzione, pur sempre storicamente transeunte e precaria. Dobbiamo muoverci tra lo scilla dei nazionalismi ed il cariddi del globalismo finanziario-mercantile, senza cadere tra le fauci dell’uno o dell’altro.
A tale scopo – pur nella ferma e certa nostra convinzione che ogni costruzione umana, anche quelle politiche ed economiche, è per sua natura sempre precaria e non assoluta e che, quindi, la Pace e la Giustizia sono innanzitutto doni dall’Alto, sempre da chiedere, all’accettazione dei quali l’uomo, con le sue iniziative e realizzazioni, può cooperare od opporsi ma non può autodeterminare come fossero diritti o meriti suoi propri ed esclusivi – la proposta, sopra accennata, di una Bretton Woods Europea, intesa a trasformare l’euro da moneta unica in una moneta di conto comune al cui valore legare il tasso di cambio tra monete nazionali aderenti a detto sistema (euro-lira, euro-franco, euro-marco. euro-sterlina etc.), ci sembra l’unica possibile.
Si tratta di riformare l’intera architettura eurocratica ad egemonia tedesca, attuale, in un paritario sistema confederale di Stati nazionali (attenzione: confederazione di Stati e non Federazione che ci porterebbe al Super-Stato Europeo!) fondato sull’equilibrio delle bilance dei pagamenti da raggiungere mediante la penalizzazione anche dei surplus commerciali e finanziari e non solo, come oggi impone la Germania, dei soli deficit.
In un sistema confederale del genere dotato di una camera interstatuale di compensazione finanziaria, gli Stati in surplus sarebbero costretti ad aumentare la loro domanda interna in parallelo al rientro dal disavanzo cui sarebbero tenuti gli Stati in deficit, mediante i primi l’innalzamento ed i secondi il contenimento dei salari e della spesa pubblica. In tal modo, ferma rimanendo la libertà riconosciuta a ciascun confederato di sostituire, laddove possibile, le produzioni nazionali a quelle estere, si avrebbe una tendenziale convergenza delle domande interne dei singoli Stati con riequilibrio delle esportazioni ed importazioni tra uno Stato e l’altro, evitando la formazione di posizioni dominanti che il libero mercato trans-nazionale inevitabilmente crea con le sue connaturate asimmetrie. Come appunto è successo nell’UE eurogermanica.
Un quadro del genere di tipo confederale meglio si adatta all’identità storica dell’Europa che del modello imperiale – l’unità nella diversità – ha sempre fatto la sua bandiera.
Tuttavia, anche in un contesto “imperiale” come quello da noi auspicato, deve essere riaffermato il principio della sovranità monetaria, benché condivisa tra gli Stati confederati. Principio per il quale la politica monetaria, ricomprendendo in essa sia l’emissione della moneta che la fissazione del tasso legale di interesse, è funzione precipua dell’Autorità statuale benché esercitata da un organo tecnico, autonomo sotto il profilo appunto tecnico, la Banca Centrale (che dovrebbe essere nazionalizzata o almeno pubblicizzata) ma non indipendente dal Governo con il quale deve coordinarsi. Solo affermando con forza, quale prerogativa della sovranità politica, la sovranità monetaria dello Stato, contro ogni pretesa egemonica dei banchieri privati, siano essi centrali o ordinari, e dei “mercati finanziari”, è possibile assicurare, all’interno di un più alto ordine di giustizia, la sovranità del popolo e, quindi, in un contesto imperiale confederale, dei popoli europei uniti dalle comuni radici e liberi dai pericoli sciovinisti, da un lato, e dalla tirannia della tecno-finanza speculatrice, dall’altro.

Luigi Copertino

NOTE
1) La moneta cartacea nasce, in occidente, in epoca medioevale, come un “pagherò” emesso dai cambiavalute, sulle varie piazze della rete commerciale europea del tempo. Un “pagherò” originariamente coperto da riserva aurea. In un tempo nel quale la moneta era aurea, o argentea, e quindi difficile ed anche pericoloso, per i mercanti, da portare con sé durante i viaggi da una piazza all’altra, i cambiavalute proponendo la “nota del banco”, ossia la banconota, come ricevuta di deposito aureo sempre onorata all’incasso mediante la conversione in monete d’oro o d’argento, riuscirono a far acquistare ai “pezzi di carta”, da loro emessi, quella fiducia che ha finito per costituire il valore intrinseco, quindi anche il potere d’acquisto, di quei simboli cartacei. In tal modo le banconote iniziarono a circolare indipendentemente dalla conversione, in oro, ad ogni transazione, dimostrando che non nella riserva aurea stava il loro valore ma nella fiducia accordata all’“io ti devo” ovvero alla “promessa di pagamento” rappresentata dal titolo o certificato cambiario della banconota. Tanto è vero che quando nel 1971 si pose definitivamente fine al sistema del “gold standard”, e le varie monete cartacee continuarono a circolare senza più la precedente garanzia della convertibilità in oro, nessuno ne patì conseguenze dannose.
2) Nell’occidente medioevale, feudale e comunale, in mancanza di una forte autorità politica, il sistema della monetazione fiduciaria, intesa come rappresentazione cartacea di un “sottostante” aureo, nacque, come detto, per iniziativa dei banchieri. Tuttavia la moneta cartacea non sarebbe comunque mai stata accettata se non si fosse potuto far riferimento all’istanza pre-mercantile, dunque “etico-politica”, del diritto romano, che in età medioevale era “diritto comune”, il quale contemplava, e tutelava, la figura giuridica del titolo rappresentativo, della “promessa di pagamento”. Solo in un momento successivo intervenne lo Stato moderno, quando appunto nacquero gli Stati nazionali, contendendo ai banchieri, o condividendo con le banche centrali sin dall’origine istituti privati, il potere di emissione legale della moneta fiduciaria. Questo è il punto di verità storica, trascurato da Giacinto Auriti che coglieva solo l’aspetto gius-privatista della fattispecie monetaria, sul quale fa, invece, leva la Modern Money Theory ossia la scuola monetaria “neocartalista”: lo Stato imponendo la sua valuta legale (in realtà, come visto, imponendo la moneta di emissione della banca centrale in origine e, purtroppo, anche adesso, dopo il cinquantennio ’30-’80 del XX secolo, giuridicamente e patrimonialmente privata) come unico strumento di pagamento fiscale organizza ed ordina, onde evitare l’anarchia monetaria, il sistema monetario, introducendo, accanto alla iniziale fiduciari età, anche la legalità, dunque la statualità, della moneta. In altri contesti, ad esempio nella Cina visitata da Marco Polo (egli ne parla ne “Il Milione”), in presenza di una forte autorità politica centrale, come era l’Imperatore (il Khan), la moneta cartacea, ancora quasi sconosciuta in Europa, era emessa dal Potere Politico e non dai banchieri. Marco Polo non manca di evidenziare che spesso il Khan finiva per eccedere nelle emissioni riducendo la moneta di Stato a carta straccia, oggi diremmo inducendo inflazione. Sembra quindi, sulla base di questo e di altri precedenti storici, che la teoria quantitativa della moneta, alla quale si richiama il monetarismo, colga un punto di, almeno parziale, verità scientifica. Infatti, sostengono i monetaristi, come sarebbero altrimenti spiegabili fenomeni di iperinflazione quali quello degli “assegnati” all’epoca della Rivoluzione Francese oppure quello della Germania del 1920-23 (non del 1929-33, si badi!) costretta ad emettere moneta in quantità incredibili per ripagare i debiti di guerra ad essa imposti dal trattato di Versailles? In realtà, alla base dell’offerta di moneta c’è sempre immancabilmente una domanda di moneta. Sicché i Khan dell’antica Cina come il Direttorio Rivoluzionario di Parigi alla fine del XVIII secolo o il Governo della Repubblica di Weimar emettevano, ossia offrivano, moneta legale per soddisfare una domanda di strumenti di pagamento: le esigenze commerciali o militari nel caso cinese o francese, la necessità di acquistare moneta estera per riparare i debiti di guerra nel caso tedesco. Insomma è la domanda, qualunque ne sia la causa o la motivazione, a “tirare”, dalla Pubblica Autorità o, come ha dimostrato Nicholas Kaldor, dallo stesso sistema bancario, moneta. La teoria endogena della moneta, qui richiamata, spiega l’inflazione non con l’eccesso di offerta monetaria ma piuttosto con l’innalzamento, questo sì esogeno, dei costi che sollecita l’aumento della domanda di moneta legale o bancaria. Negli anni ’70 del secolo scorso, ad esempio, l’inflazione, come è ormai ampiamente provato, non è dipesa dall’eccesso di circolante quanto piuttosto dalla crisi petrolifera, dovuta alle guerre israeliano-arabe, con conseguente aumento dei costi energetici e delle materie prime. Aumento che, poi, si è riflettuto sui prezzi di produzione e di scambio. L’aumento dei prezzi è ciò che gli economisti chiamano inflazione.
3) Che, poi, nel medioevo, soprattutto a partire dalla riscoperta, intorno all’anno mille, del Corpus iuris justinianus, l’idea politica romana della Auctoritas/Potestas e le figure giuridiche della lex e del negotium siano presenti, sia nell’elaborazione universitaria che nella pratica civile, non significa che esse fossero colte allo stesso modo nel quale erano state elaborate in età classica dagli antichi maestri come Ulpiano. Glossatori e Commentatori medioevali rielaborarono i concetti politico-giuridici del diritto romano-giustinianeo alla luce della spiritualità e dell’idealità personalista, comunitaria ed universalistica della Fede cristiana. Dimodoché le stesse figure giuridiche romanistiche assunsero un senso esegetico più incline all’equilibrio con il comunitarismo tipico del medioevo. Ne è evidente dimostrazione la stessa concezione medioevale del “diritto comune” che, sulla base del principio (antitetico a quello moderno della cosiddetta “gerarchia delle fonti del diritto” che pone la legge statuale al vertice) per cui la norma particolare deroga, senza annullarla, alla norma generale, fondava l’equilibrio tra “iura propria”, i diritti dei singoli e delle comunità locali o corporative, e “ius universalis”, il complesso del diritto romano e canonico valido “in universo mundo”. Garantendo, così, le concrete libertates cittadine, comunitarie, associative, professionali. La moderna ed individualistica “Liberté” astratta, quella del trinomio rivoluzionario, era del tutto sconosciuta nel medioevo.

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